HEREAFTER

Regia: Clint Eastwood
Warner B , 2010  

 

L'occasione amara e dolce

 

di Emilio Ranzato

L'aldilà è un conforto troppo grande per il personaggio di un dramma. Lo è ancora di più per il personaggio di un film di Clint Eastwood, ossia l'ultima forma di dramma che ci è rimasta sul grande schermo fra colossi di plastica e alchimie postmoderne. Perché ciò che è riuscito meglio a questo ormai conclamato maestro del cinema, soprattutto negli ultimi vent'anni, è stato delineare con sempre maggior profondità, precisione, sensibilità, la parabola tragica ed eroica dell'individualista americano alle prese con un mondo in cui i valori sbiadiscono, le istituzioni vacillano, i rapporti familiari deludono, e i miti della filosofia nazionale - dal sogno americano al mito della seconda possibilità - tradiscono. Ma in cui un atto di libero arbitrio può ancora salvare chi lo mette in pratica e chi lo riceve dalle ombre di un darwinismo incombente. E la poetica di Eastwood sta soprattutto nell'imperfezione di questo gesto estremo, che non è detto affatto coincida con ciò che è giusto, ma solo con ciò che il protagonista è in grado di fare. Caricandosi però sulle spalle, nel bene o nel male, le responsabilità di una comunità intera. È d'altronde questo, più di ogni stilema, ciò che rende il regista statunitense un autore classico e moderno insieme:  l'ideale del professionismo e del lavoro ben fatto, tipico in particolare della narrativa western da cui la sua carriera ha preso le mosse, calato però nell'enigmatica selva di valori della società contemporanea.
E l'assoluto non può che mandare a monte questo faticoso e umanissimo gioco di contrappesi.
Nel recente Gran Torino (2009) un prete cattolico - non a caso figura ricorrente ma anche dialettica dell'ultimo cinema di Eastwood - apriva l'omelia funebre con queste parole:  "La morte è un'occasione amara e dolce per noi cattolici, amara nel dolore, dolce nella salvazione". E infatti per l'anziano protagonista la pace arrivava come premio per sé e per gli altri alla fine di un sacrificio che perveniva a esiti quasi cristologici dopo aver attraversato lo scosceso crinale delle ambiguità morali. Per i personaggi di Hereafter, invece, la consapevolezza di questa ricompensa arriva troppo presto; il dolore non è assente dalle loro vicende, ma non ha il tempo di diventare esperienza. Soprattutto, manca un codice morale da decifrare, un ordine da ristabilire, come dire il pane quotidiano del cinema di Eastwood. Non c'è da stupirsi, allora, se nella struttura tripartita del film il personaggio della giornalista francese vittima di una calamità e quello del ragazzino inglese che ha perso il fratello, non hanno un vero sviluppo, e vengono adoperati più che altro in funzione accessoria per la terza storia, quella del medium interpretato da Matt Damon - non a caso l'americano - dove si riconosce molto di più la mano del regista.
Il dramma di George consiste nel non trovare un punto di incontro fra sé e chi lo circonda. Usare le proprie capacità medianiche per lui vuol dire dare conforto - e non sempre - agli altri, ma anche condannare se stesso alla solitudine. La sua massima aspirazione è trovare qualcuno con cui riuscire a non condividere esperienze ultraterrene, ossia ciò che tutti, al contrario, sembrano cercare. È lui, insomma, il personaggio eastwoodiano costretto alla scelta necessaria. Ma tracce del regista qui si riconoscono anche nella delicatezza con cui apre e chiude la digressione della ragazza incontrata al corso gastronomico, nella simbologia discreta ma efficace del "ritorno" alla vita terrena attraverso i sapori della cucina e di una incipiente seduzione reciproca, nel determinismo che ancora una volta serpeggia malignamente - George riceve i suoi poteri da un'operazione andata male; è la mancanza di una moglie e di una famiglia a fargli perdere il posto di lavoro - nei rapporti familiari più votati al tornaconto economico che agli slanci d'affetto, nell'effetto terapeutico delle piccole ma sane abitudini, qui rappresentate dalle letture di Dickens.
Peccato allora che Eastwood e il suo sceneggiatore Peter Morgan - autore fra l'altro dell'ottimo script di The queen (Stephen Frears, 2006) - non abbiano deciso di fare di questo personaggio il vero protagonista del film, evitandoci così spiegazioni didascaliche e fredde circa le esperienze post-mortem sullo sfondo di una clinica svizzera da cartolina, o scene di suspense degne al massimo di un thriller paranormale di Shyamalan, ancorché raccontate con il perfetto senso del ritmo a cui siamo abituati.
Non sarà però una prova più opaca delle altre a intaccare l'amore che negli ultimi anni critica e pubblico hanno dimostrato a Eastwood. Anche perché chi conosce appena il suo cinema sa che un passo falso - non a caso traduzione di Malpaso, la casa di produzione da lui fondata - è l'effetto sintomatico di qualità che tutti gli riconoscono, e che lo accomunano ormai alle grandi figure del cinema americano, ossia la mancanza di una spocchia autoriale e la volontà di mettersi al completo servizio delle storie di cui di volta in volta si innamora.

 

 

Ma è solo una presa d'atto

 

di Gaetano Vallini



Ci sono film che colpiscono pur lasciando interdetti. Da una parte intrigano, raccontando belle storie e toccando le corde giuste, dall'altra inducono qualche perplessità, perché sembrano interlocutori, in qualche modo imperfetti. È il caso di Hereafter, l'ultimo lavoro di Clint Eastwood. Probabilmente è per la delicatezza del tema, visto che il consumato regista vuole parlarci dell'aldilà. S'interroga su cosa c'è dopo la morte, spingendo gli spettatori a porsi la sua stessa domanda. E la risposta suggerita - in realtà non proprio convinta e definitiva - è che la morte non è la fine di tutto, ma che esiste un luogo, una dimensione in cui si trasmigra, con la quale peraltro qualcuno riesce a stabilire un contatto sia pure flebile e transitorio. Una tesi consolatoria per chi resta e di speranza per chi se ne va. Ma a Eastwood la fede sembra non interessare. Nel suo aldilà non appare nulla di religioso o di mistico. È un luogo asettico, indefinito e indefinibile, rappresentato così come viene descritto da quanti sostengono di aver vissuto esperienze di pre morte. Nulla di più?
Il film, dai forti e accattivanti richiami dickensiani, racconta in parallelo le storie di tre persone toccate in vario modo dalla morte e che attraversano un periodo di grande solitudine. Marie (Cécile de France) è una giornalista parigina all'apice del successo. Durante una vacanza in Thailandia viene travolta dal devastante tsunami del 2004 e vive un'esperienza tra la vita e la morte che sconvolge tutte le sue certezze:  è convinta di essere andata nell'aldilà e di essere tornata in vita. Vuole raccontare questa esperienza, ma pochi sono disposti a crederle. George (Matt Damon) vive a San Francisco ed è un sensitivo con il "dono" di parlare con i defunti. Siccome "vivere a contatto con la morte non è vivere", non vuole sfruttare questa sua capacità - vissuta come una dolorosa condanna - neppure per far soldi, anzi, tenta di distaccarsene per poter avere una vita normale. Ma non sarà semplice. Marcus è un ragazzino di Londra con problemi familiari, che ha perso tragicamente il fratello gemello con il quale viveva in una sorta di simbiosi e dal cui ricordo non riesce a staccarsi, impedendosi di fatto di continuare a vivere la sua vita. Le storie di questi tre personaggi s'incroceranno alla fine del racconto, e questo incontro cambierà definitivamente le loro esistenze.
Il film punta sui sentimenti ed Eastwood è straordinario, come sempre, a rappresentarli senza eccessi. Commuove, se si è disposti a lasciarsi andare senza pregiudizi, soprattutto nella vicenda dei due gemelli. Ma le visioni dell'aldilà, il ricorso a un medium "accreditato" come tale a fronte di altri presentati come ciarlatani e il richiamo a spiriti che tentano di comunicare con chi è rimasto (in realtà è più vero il contrario), addirittura modificandone il corso della vita, sminuiscono la credibilità del racconto. Inoltre, si ha la sensazione che il consolatorio finale sia forzato. Le storie dei tre personaggi appassionano di più prese singolarmente che nel loro conclusivo intrecciarsi tanto poco realistico quanto atteso e fin troppo preparato, benché d'effetto.
Tuttavia in Hereafter si colgono la straordinaria sensibilità di Eastwood, la sua crescente passione nello scandagliare in profondità tra le pieghe più nascoste dell'animo umano e la delicatezza con cui affronta questioni difficili. Qui la riflessione si fa più intimista, perché tocca i temi del dolore, del distacco e del lutto, così come, sia pure incidentalmente, il peso del caso nel determinare i destini individuali.
Di fatto tutto sembra ruotare attorno all'idea che non costa nulla credere a qualcuno che afferma di aver intravisto l'aldilà. Ma non c'è spazio per speculazioni filosofiche o riflessioni spirituali in questo semplice ragionamento. È solo una presa d'atto. "Non sappiamo - ha infatti affermato il regista - cosa c'è dall'altra parte. Ognuno ha le proprie credenze su quello che c'è o non c'è, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi. Nessuno può saperlo fino a che non ci si arriva". Credere o meno a una vita oltre la morte è, dunque, questione privata. Come pure cercare di dare un senso all'esistenza a partire proprio dalla consapevolezza che prima o poi si dovrà morire.
Stroncato, forse troppo frettolosamente, in patria da una parte della critica che lo ha accolto con sostanziale freddezza, nonostante alcune debolezze Hereafter è comunque un film - forse non quel capolavoro visto da molti soprattutto in Italia - che merita attenzione non foss'altro perché Eastwood ha avuto il coraggio di affrontare in modo originale e diretto un tema tabù. E di averlo fatto lievemente e con sincerità, andando oltre gli stereotipi dei film di genere. Una pellicola vecchio stile, che richiama un modo di fare cinema - sempre meno frequentato - per il quale nulla è più importante della storia che si vuole raccontare. Anche a costo di qualche imperfezione.