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19 luglio 1992: in via D'Amelio, a Palermo, viene ucciso il magistrato Paolo Borsellino.
26 luglio 1992: in viale Amelia, a Roma, si suicida Rita Atria, una ragazza di 17 anni.
Una settimana di distanza tra le due date, due vie che si richiamano a vicenda, qualcosa che accomuna le due vittime: la mafia. E, adesso, un film: La siciliana ribelle di Marco Amenta, lo stesso autore della docufiction su Bernardo Provenzano, Il fantasma di Corleone. Alla vicenda di Rita Atria, Amenta aveva già dedicato il documentario Diario di una siciliana ribelle, ma evidentemente non aveva potuto raccontare tutto quello che voleva se, a distanza di tempo, ritorna sull'argomento. Sa, probabilmente, che il cinema d'impegno civile raggiunge un pubblico più vasto e ci tiene a precisare che, pur cambiando i nomi dei personaggi reali e alcune situazioni, il suo obiettivo di fondo rimane quello di rendere omaggio ad una ragazzina che ha avuto il coraggio di lanciare una sua personalissima sfida alla più potente organizzazione criminale del nostro paese. La siciliana ribelle, presentato al Festival del Cinema di Roma, è piaciuto alla moglie di Borsellino, ma la cognata e la nipote di Rita Atria, anche loro collaboratrici di giustizia, hanno pubblicamente preso le distanze da una trasposizione filmica che, a loro dire, contamina la verità storica.
Critica da condividere, ma facilmente preventivabile anche prima dell 'inizio delle riprese. Quando il cinema affronta questo argomento, infatti, difficilmente resiste alla tentazione di eliminare scene che fanno presa sugli spettatori, come le facce torve dei mafiosi, le finestre che si chiudono per paura, i silenzi omertosi, i colpi di pistola, gli incaprettamenti, le processioni paesane e molti altri stereotipi che richiamano inevitabilmente Il Padrino di Coppola e la serie televisiva de La Piovra.
Sotto questo aspetto nemmeno La siciliana ribelle fa eccezione; la sua peculiarità sta nell'avere posto al centro della vicenda una collaboratrice di giustizia che non è una "pentita", ma una bambina, colpevole solo di essere figlia e sorella di mafiosi. Ancora oggi, al suo paese, nessuno parla di questa picciridda condannata all'ostracismo, da viva e da morta, per aver fatto ciò che non doveva fare: passare dalla parte dello Stato.
Rita ha solo Il anni quando assiste impotente all'uccisione di suo padre, Don Vito, uomo di rispetto della famiglia di Partanna. E' il giorno della sua Prima Comunione e lei sta pedalando felice sulla bicicletta appena avuta in regalo, quando i sicari di Don Salvo eliminano Vito, reo di non volersi alleare con i corleonesi che, fiutando i tempi, stanno indirizzando gli interessi verso la droga. Quello stesso giorno Rita diventa una moderna Antigone e inizia il suo percorso sulla strada della solitudine. "Rita, non t'immischiare, non fare fesserie", le dice sua madre. E suo fratello Nicola, affiliato a sua volta e prossimo a fare la stessa fine del padre, la invita a tenere la bocca chiusa. Per sei anni, Rita medita la sua vendetta: osserva e annota i movimenti dei boss, le losche manovre, i nomi dei complici, i luoghi dove avvengono i contatti. Poi, una mattina di novembre del 1991, si presenta davanti al Procuratore di Palermo, Paolo Borsellino. Dentro lo zainetto che ha sulle spalle ci sono i suoi quaderni pieni di appunti: una valanga di prove contro i mafiosi. Senza saperlo, la piccola siciliana ribelle firma, con quella deposizione, la sua condanna a morte. Dopo aver preso coscienza del fatto che suo padre e suo fratello non erano quegli eroi che aveva sempre creduto, muta l'odio in sentimento di giustizia e accetta di denunciare gli sporchi affari del clan di Don Salvo. Tra i suoi accusati, anche il Sindaco democristiano Culicchia, che ha gestito i fondi per la ricostruzione del Belice dopo il terremoto. La spiùna di Partanna diventa una sepolta viva ali'interno di un appartamento romano. Ricercata dalla mafia e ripudiata dalla madre, è costretta a coltivare in segreto persino un innocente amore giovanile. Le rimane solo l'affetto e il sostegno di Paolo Borsellino, il suo secondo padre. Dopo la strage di Via D'Amelio, il crollo. Scrive nel suo diario "Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici; la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci. Borsellino sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta" e compie un salto dal settimo piano. Bollata come "amica degli sbirri", non ha pace nemmeno dopo morta. Il vuoto ai suoi funerali e l'ira selvaggia della madre che, dopo qualche mese, distrugge a martellate la sua tomba.
Se il piccolo Davide ha affrontato il gigante Golia, anche una bambina può combattere contro Cosa Nostra: è questo il messaggio che Amenta, fotoreporter palermitano che ha fotografato morti ammazzati e ha avuto contatti con i figli di Riina, poliziotti e magistrati, vuole lanciare con un film che guarda più a Gomorra che a Il Padrino. Se ci riesce, deve molto anche agli interpreti, specialmente alla piccola Miriana Fajina e alla lampedusana di Respiro Veronica D'Agostino (nei panni, rispettivamente, di Rita undicenne e diciassettenne), molto più incisive di Gerard Jugnot, l'attore francese di Les Choristes, che presta il volto a Paolo Borsellino.
Italo Spada
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