Il nastro bianco

di Michael Haneke
Austria, Francia, Germania, 2009
Lucky Red

 

"Guarda bene queste immagini, guarda quella gente:  è incapace di una rivoluzione, è troppo umiliata, ha troppa paura, è troppo frustrata. Ma, tra dieci anni, quelli che ora hanno dieci anni ne avranno venti, quelli che ne hanno quindici ne avranno venticinque. All'odio ereditato dai genitori aggiungeranno il loro idealismo e la loro impazienza. Si farà avanti qualcuno e trasformerà in parole i loro sentimenti inespressi". Chissà se il regista Michael Haneke aveva in mente questo passaggio tratto da L'uovo di serpente di Ingmar Bergman quando ha pensato di scrivere la sceneggiatura del film Il nastro bianco, Palma d'oro a Cannes, in uscita nelle sale italiane. Sta di fatto che tali parole sembrano adattarsi alla perfezione a questa pellicola di grande suggestione, il cui intento è mostrare almeno in parte la genesi di quello che è stato definito il male assoluto.

La storia si svolge in un villaggio protestante nel nord della Germania alla vigilia della prima guerra mondiale. La tranquilla vita quotidiana viene improvvisamente sconvolta da alcuni drammatici e misteriosi episodi di violenza:  il medico viene fatto cadere da cavallo con una fune tesa tra due alberi e finisce in ospedale; una donna muore in uno strano incidente sul lavoro; il primogenito del barone locale viene malmenato a sangue; il figlio disabile della levatrice viene seviziato e rischia di perdere la vista. Nessuno sa chi possa essere stato. Ma il maestro - voce narrante che dopo molti decenni racconta quanto accaduto - finisce per sospettare dei bambini del villaggio. Quelle violenze inspiegabili e gratuite, si scoprirà, sono conseguenza delle vessazioni che subiscono da parte dei genitori.
Il nastro bianco è quello che il pastore del villaggio fa indossare ai suoi figli:  deve essere il simbolo della loro purezza, richiamo a una vita segnata dalla virtù, che non cede alle tentazioni; ma anche un richiamo alle sue aspettative di padre, a una fiducia che non può essere tradita. Pena il castigo. Un castigo fatto di divieti, punizioni che diventano abusi, finanche sevizie. Tutto in nome di una religiosità malintesa, la quale induce a credere che ci si possa purificare dei peccati attraverso una pratica ipocrita e bigotta; una religiosità che pretende un'educazione autoritaria (ma non autorevole) basata sulla repressione e su una morale incapace di comprendere il male celato nella ricerca maniacale e irrazionale di un utopico bene. Al punto che quei bambini diventano oggetto di una ossessione educativa che finisce per minare la loro fragile psiche trasformandoli, attraverso quel processo perverso in cui le vittime diventano carnefici, in inconsapevoli mostri.

Violati nel corpo e nella mente, oppressi dai sensi di colpa, nel terribile sforzo di non deludere le assurde aspettative di incondizionata obbedienza degli adulti - i padri, perché le donne non hanno voce nelle questioni educative - i piccoli del villaggio trovano modo di scaricare le loro devastanti tensioni interiori, lasciandosi andare a comportamenti violenti della cui malvagità non sembrano rendersi conto. Una verità che gli adulti si rifiutano di accettare perché scomoda e compromettente.
In realtà non si tratta di una vendetta per ciò che subiscono. È molto peggio:  pensano di agire per conto di Dio - non a caso il primo titolo scelto per il film era "la mano destra di Dio" - punendo quelli che non condividono i principi che loro sono costretti a seguire e ai quali finiscono per credere. Del resto, dopo il primo episodio di violenza, uno dei ragazzi oppresso dal senso di colpa mette a rischio deliberatamente la propria vita; e al maestro che gliene chiede conto risponde:  "Ho voluto dare a Dio la possibilità di uccidermi. Non lo ha  fatto. Dunque  non  è  in  collera con me".


L'occhio di Haneke, pur non mostrando esplicitamente nulla, non risparmia alcunché delle umane vicende che si consumano nel villaggio, dove serpeggiano stupidità, rancori e invidia e si nascondono torbide passioni. Con un bianco e nero freddo e di grande rigore stilistico, e con una fotografia d'altri tempi, in un formalismo che non trascura certo i contenuti, il regista - già apprezzato per La pianista - scandaglia con bravura la psicologia dei vari personaggi e, tramite questi, i meccanismi perversi attraverso i quali il seme del male si insinua nella società partendo dai suoi membri più giovani:  quelli che una dozzina di anni dopo non avrebbero avuto difficoltà ad abbracciare l'aberrante ideologia nazista che avrebbe fatto della cieca obbedienza uno dei suoi pilastri. In tal senso Haneke presenta una lettura in qualche modo predittiva a posteriori, ma vuole anche mettere in guardia dai pericoli dell'autoritarismo ottuso, nutrito di ideali assoluti, facile preda del fondamentalismo. Con Il nastro bianco, film inquietante e interrogativo ma di grande suggestione, si va alla radice del male frutto di un ideale deviato.

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Gaetano Vallini
L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2009