Marted́ 22 Maggio 2012

Jean Guitton

fidae

Dall'esegesi alla filosofia, dalla pedagogia alla pittura: una personalità eclettica. Discepolo di Bergson, ha dedicato tutta la vita al rapporto fra credere e comprendere: "Faccio dei corsi su Dio perché sono ragionevole". L'ultima passione: l'arte.

"Scelgo tutto" era stato il motto provocatorio del giovane Guitton, un motto a cui rimase fedele, percorrendo durante la sua esistenza quasi secolare tutto lo spettro delle arti, dal diario al racconto, dalla riflessione filosofica alla teologia, dall'esegesi al romanzo (Césarine del 1974) e persino alla poesia (Le rire aux éclats del 1915), fino all'amata pittura. Su tutto, a partire dai primi anni e dall'esperienza della detenzione di quasi un quinquennio nell'Oflag IV D tedesco durante l'ultima guerra fino agli orrori dell'Accademia di Francia e ai giorni fecondi della vecchiaia, si è però steso sempre il manto luminoso della spiritualità. In ogni opera, infatti, si intuisce il fremito della ricerca teologica, l'ardore del credere, come ha confessato il 5 gennaio 1960 per la stessa sua pittura che transita "dall'ordine del profano all'ordine del sacro, dall'ordine dell'esercizio a quello dell'orazione".

È per questo che, se si vuole comprendere appieno il percorso esistenziale di Guitton, bisogna risalire alla sua anima religiosa, come accade per gli scritti che ai suoi occhi sono soltanto "degli accidenti, dei precipitati di quel sogno severo che non si ha il diritto di dissociare dalla vita". E la sua vita fu segnata da un incontro spirituale, quello con un sacerdote coltissimo ma povero e cieco, quel monsieur Pouget che sarà l'interlocutore di una serie di Dialogues (1954) e che sarà ritratto mirabilmente in un Portrait letterario (1941) e in un dipinto (1933) che lo raffigura nella sua stanza di rue de Sèvres: il volto è cancellato ma in esso incombe un potente occhio. Come il biblico Balaam, profeta malgré lui "dall'occhio chiuso" alle realtà fenomeniche e aperto sul mistero (Numeri 24,3), così Pouget è il cieco veggente che guida il giovane Guitton dal 1920 al 1933 verso gli orizzonti luminosi del credere e del comprendere. Sì, perché da allora per il discepolo di Bergson (che in Guitton vedrà il suo erede ideale) la filosofia e la teologia s'abbracceranno e insieme procederanno su un sentiero comune, pur nella diversità degli sguardi. Emblematici saranno i due volumi pubblicati tra il 1950 e il 1953 e dedicati a Le problème de Jésus.

Attraverso il vaglio della ragione si possono far cadere le illusioni stesse del razionalismo, attraverso la fiaccola del pensiero si può penetrare nelle soglie del mistero che in Gesù di Nazaret è reso a noi disponibile anche in forma umana. "Faccio dei corsi su Dio - dichiarava Guitton - perché sono ragionevole". Cristo è "più accessibile all'uomo perché è un fatto", è storia ma in lui si rivela quel "non so che" chiamato Essere che trascende il contingente; in lui dunque si accende l'epifania dell'Altro e dell'Oltre, dell'eterno e dell'infinito. In questa luce si potrà persino parlare di Philosophie de la Résurrection (1978). Con questa prospettiva sempre fissa davanti agli occhi, Guitton ha attraversato tutto il secolo con la sua vita patriarcale, frequentando l'intero orizzonte intellettuale del Novecento.

Non per nulla egli intitolerà la sua autobiografia, pubblicata nel 1988, Un siècle, une vie, tradotta in Italia da Rusconi, Il mio secolo, la mia vita. A 21 anni, nel 1922, incontra Bergson, figura centrale della sua esistenza; nel liceo di Troyes, ove insegna, dialoga con Chevalier, Blondel e Teilhard de Chardin; nel 1934 incontra uno studioso provocatorio e contestato ma di straordinaria finezza mentale, l'esegeta "modernista" Loisy ma l'anno successivo è a Gerusalemme ed è conquistato dal principe degli esegeti cattolici, padre Lagrange (non dimentichiamo che Guitton col suo maestro Pouget comporrà un suggestivo e libero commento al Cantico dei Cantici).

Nel 1941 è la volta del poeta Patrice de la Tour du Pin, conosciuto nel campo di prigionia tedesco; nel 1956 è, invece, Heidegger, nel 1958 Pio XII; nel 1962 - appena divenuto Accademico di Francia (1961) - Giovanni XXIII lo nomina uditore (unico laico) al Concilio Vaticano II ove il 3 dicembre 1963 prenderà la parola sul tema dell'ecumenismo. Ma è soprattutto Paolo VI il suo grande interlocutore e amico. Egli l'aveva incontrato per la prima volta l'8 settembre 1950, allorché monsignor Montini aveva salvato un suo libro dall'Indice in cui lo voleva relegare l'allora Sant'Uffizio.

In quel giorno Montini si era fatto promettere dallo scrittore francese che si sarebbero rivisti ogni anno in quella data e questo avvenne per 27 volte. Tra gli ultimi incontri di Guitton ci fu quello, intenso e persino drammatico, col presidente francese Mitterrand ormai alle soglie della morte per cancro. Si potrebbe a lungo scavare nella sua sterminata bibliografia (una trentina di opere sono state tradotte da vari editori anche in Italia) che passa dalla filosofia alla teologia, dalla spiritualità (pensiamo al Genio di Teresa di Lisieux o alla Medaglia miracolosa) alla scienza quasi senza soluzione di continuità, attento sempre a conservare l'equilibrio su quel crinale tra credere e comprendere, in modo più solido di quanto abbiano fatto altri filosofi e teologi (l'allusione facile è proprio al Glauben und Verstehen, cioè "credere e comprendere", titolo della raccolta di saggi di Rudolf Bultmann). Noi ora vorremmo porre l'accento su un aspetto particolare della personalità eclettica di Guitton.

A sette anni egli era stato avviato alla pittura e a dodici anni aveva iniziato sistematicamente a dipingere e lo farà per tutta la vita, con innumerevoli mostre in tutto il mondo fino a quella del gennaio 1997 presso il Centro San Fedele di Milano. Ebbene, la ragione e la fede, non più opposte quasi in ossimoro (come accadeva in molti ambiti della cultura europea del '900), diventano il lievito che feconda anche la pittura di Guitton. E non solo al livello estrinseco dell'iconografia. A questo riguardo basterebbe solo trascorrere i suoi soggetti che partono dalla Genesi e approdano all'Apocalisse, che si innalzano nei cieli della Trinità e percorrono quasi tutte le vicende terrene di Cristo, che non disdegnano l'ammiccamento all'apocrifo (il velo della Veronica o la Sacra Famiglia alle piramidi d'Egitto) ma che sostano con particolare intensità sulla Passione, Crocifissione, Risurrezione e Pentecoste, cioè sugli eventi capitali della fede cristiana.

C'è, però, qualcosa di più. La fede e la sua comprensione sono anche e soprattutto la chiave ermeneutica dell'arte di questo grande umanista. Basterebbe solo rimandare alle sue note riguardanti il colore e pubblicate in una brochure numerata del 1982. "Dio ha creato la luce e la luce era sufficiente. Ma - si chiede Guitton - perché mai ha creduto bene aggiungere alla luce questo irragionevole lusso che si chiama colore?".

E la triplice risposta che egli offre è significativa per illustrare l'intreccio tra il credere, il comprendere e il dipingere. Il colore è innanzitutto "lo splendore della luce", cioè il fiorire delle sue potenzialità: nel grembo del bianco sono contenute infinite sfumature cromatiche. " Goethe diceva che i colori sono le sofferenze della luce, sono come il grido, l'invocazione e il lamento, l'esaltazione o il canto disperato della sola luminosità. In altri termini, senza il colore la luce non sarebbe nient'altro che ciò che è, cioè poca cosa". Il colore, però, è anche "rivelazione dell'intimità": ci svela il calore, la bellezza e l'emozione segreta della realtà (pensiamo a una guancia che arrossisce o a una donna che sceglie il suo abito secondo colori amati che la "rivelino"). Ma da ultimo, osserva Guitton, il colore è "anticipazione della gloria", diventa espressione della grazia e della risurrezione, è segno escatologico. Come in un bocciolo, nella meraviglia delle tinte è contenuta una prefigurazione della "rosa mistica" divina e celestiale. Non per nulla l'Apocalisse moltiplica i colori in una gamma sconfinata e trasfigurata. L'arte è, così, via verso Dio, parabola di "quel che saremo e che non è ancora rivelato" (1 Giovanni 3, 2). È soprattutto il volto di Cristo - anche se affidato alla cupa veemenza del rosso sangue di un Ecce Homo di certi oli su cartoncino - a svelarci con la semplice forza dei colori il mistero di gloria che in lui è racchiuso. Ed è proprio nel corpo, e quindi nella sperimentabilità e nella razionalità, che si schiudono le grande teofanie. Per questo - come si dichiara spesso anche nei Dialoghi con Paolo VI (1967) - "il cristianesimo ha apportato alla filosofia una via, una direzione inedita che può essere riassunta in una sola parola: incarnazione.

L'originalità del cristianesimo sta nell'aver creato un legame tra l'idea e l'immagine, tra l'infinito e il finito, tra lo spirito e la carne, tra l'eternità e il tempo, non un legame schematico o concettuale, ma un legame reale, storico e carnale, nella persona di un Dio-uomo chiamato Gesù di Nazaret". La riflessione, la narrazione, la pittura di Guitton altro non sono state che un canto continuo a questo "legame" tra l'umano e il divino.

 

Jean Guitton
l'immensità dell'attimo

Tina Beretta Trezzi

Era nato il 18 agosto del 1901 a Saint-Étienne, Jean Guitton. Dal 1933 insegnò in vari licei francesi e all'Università di Montpellier (1937). Partecipò alla II Guerra mondiale e fu prigioniero dal 1940 al 1945. Dal 1955 insegnò alla Sorbona sulle cattedre di Storia della filosofia e di Filosofia. Nel 1961 fu chiamato a far parte dell'Accademia di Francia. Partecipò, chiamato da Giovanni XXIII, ai lavori del Concilio Vaticano II.

È morto il 21 marzo 1999, a Parigi.

Scrittore prolifico, pittore, filosofo, Guitton iniziò la sua storia di pensatore con un saggio su "Il tempo e l'eternità in Plotino e sant'Agostino" (1933), proseguendo con opere su Leibniz, Loisy, i rapporti tra "Il pensiero moderno e il cattolicesimo" (1934), Newman (1946), Bergson (1960); Platone (1960); Giovanna d'Arco (1961); Pascal (1962). Numerosi anche i libri che toccano questioni etiche e spirituali: "La difficoltà della fede" (1948), "Saggio sull'amore umano" (1948), "Il lavoro intellettuale" (1951), "Sguardo sul Concilio" (1962), "L'amore divino" (1971); "L'assurdo e il mistero" (1984). Il suo ultimo volume, uscito da Gallimard nel 1998, s'intitola "Ultima verba".

L'eredità di Jean Guitton è ricca di fede e di speranza. Non annuncia alcuna facile apocalisse, ma la sua consapevolezza della crisi spirituale contemporanea non ha dubbi e cerca in tutte le direzioni della condizione umana. Parla di politica, di scienza, di religioni, di amore, di preghiera, di droga, di aborto... dell'integrità perduta. Per questo ricorda l'opera di Romano Guardini, del "tedesco-italiano", come lo chiamava, sorridendo: "Ha avuto ed ha un compito altissimo, riconciliare nel vincolo del Divino l'umano e l'universo, l'uomo con se stesso, ricordargli che egli è sempre fra creazione e rivelazione perché non c'è forma vivente, canto di poeta, opera artistica che suggerisca quel Mistero, quel non ancora da cui tutto scaturisce e in cui tutto deve ritornare". È una citazione che conservo sulla pagina di una dispensa e che mi riporta i due grandi testimoni che hanno attraversato la mia vita.

Ogni volta che il filosofo apriva la porta di casa si sentiva che l'Assoluto poteva essere davvero vocazione profonda. I "compagni" del suo spirito furono i mistici, fedeli, privilegiati e lo accompagnarono, discreti, lungo il secolo che attraversò da protagonista. Jean Guitton fu soprattutto un uomo libero, un pensatore forte, un cattolico autentico, un umanista profondo e uno scrittore limpido (uno che non si può copiare). Nel suo cuore aveva una sola certezza: "Essere sempre pronti a rispondere a chiunque ti chieda ragione della speranza che è in te". Desiderava scrivessero l'invito di san Pietro sulla sua tomba. Avrebbe compiuto cento anni il 18 agosto 2001, ma se n'è andato poco prima, due anni fa. Quando gli mandai gli auguri per il suo 95° compleanno mi scrisse la lettera più bella che abbia ricevuto (anche da lui). La grafia fragile, quasi scomposta, mi disse tra l'altro: "La morte m'interpella, ma la difficoltà è la morte degli altri".

Era un filosofo ironico. Basta leggere Il mio testamento filosofico dove immagina la sua morte nell'appartamento parigino. Dialoga con amici e maestri, li incontra quasi tutti da Socrate a De Gaulle per terminare insieme a Mitterrand una serrata riflessione sulla "comunione dei santi". La conclusione, una pagina e mezza, è forte, coinvolgente: "Tutta la mia gloria si era sciolta come una montagna di cera. Cristo benedisse il Padre. Poi schiuse le labbra e pronunciò il giudizio".

Accademico di Francia e delle Scienze morali e politiche, chiamato da Papa Roncalli a partecipare ai lavori del Concilio Vaticano II, amico personale di Paolo VI. L'amicizia durò ventisette anni, si vedevano a Roma ogni anno, l'8 settembre, a ricordo del loro primo incontro. Autore di settanta o più libri è conosciuto nel mondo, è già entrato nella storia.

Quest'uomo che guardava diritto negli occhi, che accoglieva volentieri, metteva la persona a proprio agio come se in quel momento gli altri non esistessero, ricordando molte cose di chi gli stava dinanzi. Il libro che si notava sempre sulla sua "affollata" scrivania era Dialogues avec Paul VI. Colloqui, consigli, preghiere, passeggiate nei giardini vaticani, ma anche poesie, Claudel, Valéry, qualche domanda su Picasso e, discretamente, "informazioni" circa gli studi guittoniani sull'Amore umano. Era colpito da una frase del cardinale Newman: "Verrà il momento in cui la Chiesa sarà sola a difendere nello stesso tempo l'uomo e la cultura". La ripeteva spesso senza trovare risposta. Quando il Papa gli chiese quale fosse il testo di san Paolo che "amasse di più", gli rispose all'improvviso con una citazione: "Vogliamo essere svestiti, ma sopravvestiti affinché ciò che è morale venga assorbito dalla vita (...) Tutti, credenti e non credenti vogliamo essere portati oltre noi, senza nessuna perdita, nessun annientamento, tranne il peccato".

Il pensatore francese, "non intellettuale", precisava, dipingeva dall'età di dieci anni, ma fu Papa Montini a esortarlo a continuare. Diceva di dipingere per "conoscere il proprio inconscio". Certo la sua pittura ha due vie ben precise, che poi s'incrociano, Cristo e la donna o meglio il mistero femminile. Lo si è compreso nella personale di Brescia, presso l'associazione Arte e Spiritualità. Un "Volto di Cristo", il "Roveto ardente", dove il colore del fuoco prende la forma di un viso, la "Vergine Maria" raffigurata in una nudità ideale, come a toccare l'essenzialità dell'essere, esprimendo un anticonformismo guidato dalla luce interiore che lo ispirò sempre, in ogni disciplina.
Di qui i suoi studenti tornano a quelle indimenticabili lezioni su Il puro e l'impuro, che poi, rivedute, "cresciute", diventarono un libro dalla lunga gestazione. In Italia giunse nel 1993. Ci sono le tematiche forti di Jean Guitton, l'uomo interiore e l'uomo esteriore ricondotti all'unità sublime dell'Ecce homo, la finitezza umana, la Voce del Fiat e della Resurrezione.

Dice bene Gonzague Williatte, amico e interlocutore del filosofo: "Al puro egli osa preferire l'impuro, al fine di salvare il vero. Il testo è una filosofia dell'esistenza, ma soprattutto è una filosofia del sopra-essere". La via catara può sembrare eroica, pura (i duecento rimasti nella fortezza di Montségur morirono nel fuoco pur di non rinunciare al catarismo), ma colui che la segue si preclude la vita vera della mescolanza, della scelta tra il tutto e il niente e non incarna l'ideale nel suo quotidiano, magari povero, ma reso autentico. Tra le righe incontriamo il grande maestro di Guitton, Henri Bergson, il filosofo della durata in cui i ritmi della quantità perdono via via significato fino a diventare qualità pura.

Il pensatore di Saint-Etienne ebbe un senso altissimo dell'amicizia e lo insegnava, citando Agostino, Cicerone, Bernardo di Clairvaux e Rumi, il poeta che accecò d'amore i Musulmani e che diceva: "L'amicizia vi farà ombra finché a poco a poco possiate abituarvi all'Immensa luce".

Parlava spesso con François Mitterrand, già malato e inquieto, ma "senza confortarlo troppo". Quando il presidente gli chiedeva perché parlasse "al contrario" di Sartre, rispondeva così: "Perché Sartre ha scelto l'absurde e io ho scelto il mistero, vale a dire ho scelto di entrare in Dio. Sono portato all'idea dell'immortalità dell'anima e proprio per l'assurdità della concezione opposta".

Sull'amica "intima" Marthe Robin scrisse un libro (1988). Aveva un'anima straordinaria la contadina della Drome che visse per trent'anni nella penombra della sua stanza, dove giungevano persone importanti della politica e della Chiesa e gente semplice. La propria vita era concentrata sul venerdì, "l'ora", secondo Giovanni, nella quale è riassunta la vita di Gesù. Egli la visitava regolarmente: "Per venticinque anni Marthe fu per me un solo mormorio, una voce sorprendente per versatilità, tenerezza e vigore" e assistendo al passaggio di quest'"angelo" si convinse che il futuro sarà aperto all'homo mysticus. Romano Guardini osava sperare per l'avvenire una esperienza tutta nuova nella carità: "Dimenticare il mondo per il suo supremo perché" (Das Ende der Neuzeit).

Il pensatore cattolico divise con Louis Althusser una fedeltà profonda, nonostante le versioni differenti su molte cose, per non dire su tutte. Suo allievo e amico, poi maitre-à-penser del marxismo, quindi la rottura con il Pcf e l'uccisione della moglie, preso da una specie di delirio. Finì nell'ospedale psichiatrico Forestier (periferia parigina). Soffriva, era malato e negli ultimi tre mesi Guitton lo seguì in modo speciale. Lo ascoltava, non gli poneva domande perché "solo Dio può conoscere certi segreti". Del resto aveva educato anche i suoi studenti a essere forti nella propria specificità religiosa, ma aperti all'amicizia e alla preghiera comune con persone di fede diversa.

Il 1993 in Francia e il 1995 in Italia è "l'ora magica" di Lettere aperte, lettere mai spedite, immaginarie, ma che ci aprono il cuore di un uomo che fa dimenticare l'accademico, il filosofo, il professore. Ci vengono incontro affetti, emozioni, ricordi, la madre: "Mi hai insegnato a leggere e quando ho studiato il greco lo hai studiato con me", la moglie italiana, morta da anni, la dolce Marie-Louise: "Vivendo con te ho capito che il mistero era la vita reale", Marthe Robin: "Un giorno mi hai permesso di sfiorarti il viso (...) tu appartenevi al Tutto", Pascal: "La bellezza traspare attraverso gli stracci, il tuo genio era al di sopra di Pascal". Il post scriptum dice: "quasi tutti i corrispondenti sono morti" ma lui ha "vissuto tante giovinezze e sa che ciò che ama vivrà".

Non potrei concludere senza ricordare Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate (1998-1999). È il testo che amici e lettori amano forse più degli altri perché è l'ultimo, perché lo scrive, dialogando con il caro amico J. J. Autier, l'"amico pellegrino", o perché termina sotto gli ultimi raggi del sole di fronte al parco del Luxembourg? Non sappiamo, ma la ragione deve essere quella di Jean-Jacques: "Gli strinsi a lungo la mano. Sotto la pelle diafana sentii battere la vita, questo miracolo, questo mistero arido di vita. Adesso conosco il suo sogno di felicità". Il filosofo, dopo tante riflessioni e tante risposte, dice, in un sorriso enigmatico: "Non confondo il sogno e la felicità. La felicità è nel cuore! Tocca a ciascun rispondervi nel segreto della sua vita". Ecco l'autentico Jean Guitton.

L'ultima volta che lo vidi era un uomo già attento alla morte, non si alzò dalla poltrona, non mi citò una frase dei Soliloquia di Agostino (sapeva venissi dal rus Cassiciacum): "Non badare a ciò che faranno e diranno dopo la mia morte. Io avrò vissuto l'attimo immenso del quale tu mi chiedevi".

Con il nodo in gola mi rifugiai fra le piante del Luxembourg. Lui non era alla finestra.