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Gabriel Marcel
"Il primo dovere del filosofo consiste nel pronunciarsi chiaramente sui limiti delle proprie conoscenze e riconoscere che vi sono dei campi in cui la sua incompetenza è assoluta." ("Gli uomini contro l'umano") VITA E OPERE Nel 1927 pubblica a Parigi il "Giornale metafisico", un diario filosofico in cui è documentata la riscoperta dell'esistenza. Di religione ebraica, nel 1929, si converte al cattolicesimo. Nel 1935 pubblica "Essere e Avere", in cui approda al tema dell'esistenza in rapporto all'essere e alla distinzione tra problema e mistero. L'opera è, però, preparata dal saggio "Posizione e approcci concreti del mistero ontologico". Tra le sue opere ricordiamo: "Il sacro nell'età della tecnica" (1964); "Manifesti metodologici di una filosofia concreta"; "Dal rifiuto all'invocazione, saggio di filosofia concreta"; "Homo viator"; "Il declino della saggezza"; "La dignità umana e le sue matrici esistenziali"; "Dialogo sulla speranza"; "Gli uomini contro l'umano"; "Schizzo di una fenomenologia dell'avere"; "Il mistero dell'essere" (1951).
PRESENTAZIONE DEL PENSIERO DI MARCEL Nella sua prima opera importante, "Il Giornale metafisico", apparsa nel 1927 (lo stesso anno in cui usciva "Essere e Tempo", di Heidegger) Marcel prende in esame la dimensione dell'esistenza nella forma letteraria di un "diario dell'anima": il costante interesse per il problema ontologico (come fondamento stesso della descrizione esistenziale) non consente, però, di accostare eccessivamente il pensiero dell'esistenzialismo (accostamento da Marcel stesso respinto) mentre alcune interpretazioni novecentesche hanno scorto in esso piuttosto l'espressione di una ramificazione francese e spiritualizzata della fenomenologia tedesca. In ogni caso, la riflessione di Marcel non può essere ricondotta a schemi di scuola e la sola denominazione possibile è quella di filosofia concreta che egli stesso impiegò per definirla. Il tema fondamentale della riflessione di Marcel è l' essere : tuttavia, l'essere per lui non rappresenta tanto un problema, quanto un mistero: da qui il titolo della sua famosa opera "Il mistero dell'essere". Il problema, infatti, è qualcosa di perfettamente oggettivabile, di cui si conoscono i dati che, appunto, devono essere composti per giungere alla soluzione. Il mistero , invece, è qualcosa " in cui mi trovo coinvolto " e che, pertanto, impedisce di mantenere una chiara distinzione (come avviene invece nel problema) tra il soggetto e l'oggetto. E' questo il caso dell'essere, dove l'oggetto dell'indagine non è qualcosa di distinto dal soggetto che si pone la domanda: tale mistero non può dunque essere risolto negli stessi termini in cui si risolve un problema, ma deve essere colto soltanto con un' apertura alla dimensione della trascendenza . Alla distinzione tra problema e mistero fa riscontro quella tra avere ed essere (trattata soprattutto in "Essere e avere"): l' avere esprime una condizione di esteriorità e di oggettivazione, mentre l'essere rinvia all'esistenza così come essa viene concretamente vissuta dall'uomo. Ma essere e avere non sono disgiunti, ma, al contrario, connessi da un rapporto dialettico che trova la sua espressione nel corpo : nello stesso tempo, io ho il mio corpo come una realtà esterna e oggettivata e sono il mio corpo, giacché la mia esistenza concreta è inscindibile da esso. Ancora una volta, dunque, si deve superare la distinzione dualistica tra soggetto e oggetto o, meglio, la contrapposizione di remota ascendenza cartesiana tra un soggetto che ha esclusivamente una funzione conoscitiva e spirituale e un corpo oggettivo cui sono assegnate le funzioni biologiche. La sfida che l'uomo si trova a dover sostenere è, in tale prospettiva, quella consistente nell'impedire che l'avere abbia la meglio sull'essere, ossia che l'essere venga, in qualche modo, alienato nell'avere. Questo funesto pericolo può avverarsi quando noi consideriamo i contenuti della nostra esistenza concreta (le idee, i sentimenti, le abitudini) alla stregua di cose oggettive, senza vivificarle continuamente con la nostra creatività; oppure quando consideriamo il mondo oggettivo del possesso, della scienza e della tecnica come una realtà a sé stante che finisce con il condizionare le nostre scelte. Ma avviene anche allorché cessiamo di considerare gli altri individui come persone che intrattengono con noi una relazione di "Io-Tu", per degradarli al livello di "cose", di un "esso" che ha con noi esclusivamente un rapporto impersonale. In tutti questi casi, l'essere può conservare i suoi diritti sull'avere solamente nella misura in cui rimane vivo il senso del mistero dell'essere stesso, cioè il senso di quella trascendenza che va al di là della nostra esistenza e nello stesso tempo ne esprime il fondamento.
ANALISI DEL PENSIERO DI MARCEL Più noto come filosofo, ma degno di attenzione anche come musicista, drammaturgo, conferenziere e saggista, Gabriel Marcel ha saputo offrire, soprattutto nel periodo compreso tra le due guerre, spunti interessanti alla riflessione novecentesca. La tragedia della grande guerra ha indubbiamente indotto Marcel ad interrogarsi sugli aspetti irrazionali della realtà, scoprendo, in polemica anti-idealistica e anti-positivistica , l'esistenza come incarnazione e affrontando, quindi, i temi della sensazione e della corporeità. Egli, infatti, si scaglia duramente contro la filosofia intellettualistica che pretende di ridurre tutta la realtà, e con essa l'uomo, ad un concetto astratto. Il pensatore francese attacca soprattutto l'idealismo hegeliano e lo scetticismo, rimproverando al primo di aver ridotto al minimo il ruolo dell'esistenza, privilegiando l'idea rispetto al concreto esistere, al secondo, invece, di aver messo in dubbio la stessa esistenza. Marcel rileva che entrambe le correnti di pensiero sono vittime della dicotomia cartesiana tra soggetto ed oggetto, che ha comportato una riduzione dell'oggetto a ciò che deve essere per il soggetto razionale e dell'esistenza a ciò che viene dopo il pensiero. Egli propone un'ontologia concreta che privilegia l'analisi dell'esistenza, convinto che " il piano ontologico può essere riconosciuto soltanto con un atto personale, tramite la totalità di un essere impegnato in un dramma che è il suo [...], un essere al quale è stata concessa la singolare qualità di affermarsi o di negarsi, sia che affermi l'Essere e si apra a Lui, sia che Lo neghi e quindi si chiuda ad Esso " (Giornale metafisico) . Marcel è, perciò, fortemente critico nei confronti di tutto quanto risulti già definito e catalogato ma rifiuta, anche, ogni affermazione dogmatica, ogni sistemazione ed etichettatura del pensiero, incluso il proprio. Egli intende, infatti, proporci la sua riflessione come una via, un cammino che ciascuno può ripercorrere e rivivere in maniera originale. Egli ammette che la ricerca continua, libera da ogni intento utilitaristico, è sempre stata la sua vocazione, che egli è sempre andato alla scoperta della verità con quella avida apertura che è tipica del fanciullo non ancora scolarizzato. Ed è con questa curiosità impaziente ed universale e con la consapevolezza di non giungere mai a risoluzioni definitive che Marcel ci propone il suo percorso filosofico mettendoci sempre di fronte a situazioni reali che nessuno può eludere senza rifiutare le proprie responsabilità. Di qui il sottoporre alla nostra attenzione questioni ancora aperte e innumerevoli spunti di riflessione che ci inducono ad interrogarci sulle linee di sviluppo e sulle prospettive della civiltà odierna. Uno dei temi piú interessanti individuati nella lettura di alcune opere del pensatore francese è la riscoperta del compito storico del filosofo , questione che Marcel sentì particolarmente urgente nel contesto culturale in cui visse e che, ancora oggi, è al centro di un vivo dibattito. Egli osserva, in primo luogo, che l'identità del filosofo, dai tempi antichi ad oggi, ha subito una forte degradazione dovuta al fatto che la stessa nozione ha perso la sua dignità originaria. Pertanto, soprattutto a partire dal XIX secolo, il filosofo è diventato, nella maggior parte dei casi, il professore di filosofia che difficilmente è in grado di conservare capacità di meditazione, libertà di pensiero e verginità di spirito. Se riesce a farlo, finisce con il condurre inevitabilmente un'esistenza ascetica, ritirandosi dalla vita, confinandosi in una solitudine eremitica e diventando, cosí, prigioniero del proprio pensiero. Marcel, pur riconoscendo ad entrambi onestà, serietà e disinteresse, tuttavia afferma: " come non spaventarsi del carattere angusto e astruso delle loro ricerche? " ("Gli uomini contro l'umano "). Nella società odierna, quindi, Marcel ritiene che non si possa più concepire il filosofo come un pensatore tutto orientato verso la più profonda ed assoluta indagine speculativa, come cioè il teoreta puro che non irradia in alcun modo il proprio pensiero. Quello del filosofo deve essere un pensare "erga omnes", che si realizza solo quando si riconosce la comune origine della condizione umana e la sua caratteristica più universale: l'essere portatrice di una luce, che, se accolta, guida ogni essere umano nel travagliato percorso dell'esistenza. È da questa luce che anche il filosofo deve lasciarsi penetrare per rendere la sua testimonianza a favore degli uomini e per contribuire a migliorare la vita. Il filosofo, pertanto, senza mai perdere il contatto con la realtà concreta, deve sentire come compito imprescindibile, cui non può sottrarsi senza negare la sua stessa vocazione, quello di proporre, dinanzi all'angoscioso smarrimento ed al progressivo tramontare della sensibilità morale e religiosa, una riflessione sull'identità del soggetto responsabile. Al contempo non deve cercare a tutti i costi il consenso del vasto pubblico, servendosi dei mezzi di comunicazione e trasformandosi in un "oggetto" nelle mani della pubblicità e degli impresari; così facendo rinnegherebbe la propria condizione di autentico e libero pensatore. Quando, infatti, un'idea, magari per il gusto dello scandalo e della provocazione, viene consegnata ai giornalisti, alla pubblicità, ai mass-media che ne fanno quasi uno slogan, essa si degrada a tal punto da perdere ogni significato e da convertirsi addirittura nella più risibile parodia di se stessa. Altre diffuse tentazioni da cui il filosofo deve tenersi lontano, aggiunge Marcel, sono il prendere posizione su questioni e problematiche di cui ha una modesta conoscenza, o che addirittura ignora, e il ricondurre ogni specifica e concreta situazione a dei principi illegittimamente assolutizzati. " Il primo dovere del filosofo consiste nel pronunciarsi chiaramente sui limiti delle proprie conoscenze e riconoscere che vi sono dei campi in cui la sua incompetenza è assoluta " ("Gli uomini contro l'umano") . Certamente, riconosce Marcel, quella del filosofo è una posizione difficile, problematica dal momento che egli vive una condizione paradossale: " è nel mondo ma non è di questo mondo ". È proprio l'intuizione di non appartenere definitivamente alla realtà terrestre che gli consente di impegnarsi per rendere più umana la vita del nostro pianeta, per valutare criticamente la realtà in cui viviamo e per operare, poi, una efficace saldatura tra il mondo della tecnica e quello della pura spiritualità, evitando che il primo prenda il sopravvento sul secondo, fino ad annullarlo. Marcel, infatti, dedica molta attenzione al problema della tecnica , più precisamente al rapporto concreto che tende a stabilirsi tra questa e l'essere umano. In primo luogo si preoccupa di sottolineare, nei suoi scritti, il valore positivo della tecnica che va al di là della semplice utilità. " Ogni tecnica è in se stessa buona per il fatto che incarna una certa autentica potenza della ragione e, anche, per il fatto che introduce nel disordine apparente delle cose un principio di intelligibilità " (Gli uomini contro l'umano") . Inoltre, ogni tecnica assolve un compito formativo per la precisione che esige da colui che la esercita: il tecnico non può non praticare, secondo Marcel, la virtù dell'esattezza, dal momento che nel campo tecnico l'imprecisione è necessariamente punita. Il pensatore francese, poi, sottolinea la gioia sana che accompagna la ricerca del tecnico intento a perfezionare il suo modo di procedere. Egli, infatti, non si preoccupa di sé ma solo dell'opera da portare a termine; il pensiero dei vantaggi materiali che la sua invenzione potrà fruttargli è solo marginale, perciò in lui vanità ed ambizione non hanno motivo di esistere. Fatte queste considerazioni, Marcel si pone il problema di quali siano gli effetti della tecnica su colui che ne è solo beneficiario, in quanto colui che fabbrica uno strumento o contribuisce a perfezionarlo, è raro che ne diventi schiavo poiché " vi è qualche grado di libertà dal momento in cui vi è creazione persino ai livelli piú modesti " ("La dignità umana e le sue matrici esistenziali"). Secondo Marcel, l'uomo moderno tende ad abusare del potere che gli viene dalla tecnica ed è per questo che è necessaria un'attività meta-tecnica di controllo, corrispondente ad un potere di secondo grado. Ma, egli afferma, in una civiltà di tipo tecnico e non sacrale, il potere di secondo grado, che altro non è se non la riflessione, tende inevitabilmente ad essere screditato, poiché " un uomo divenuto maestro nell'esercizio di una o piú tecniche sarà, in generale, portato a guardare con diffidenza tutto ciò che è estraneo a queste tecniche " ("Il declino della saggezza "). In questo contesto l'uomo, quindi, rischia di divenire, addirittura, prigioniero della tecnica se non è in grado di dominarla e di subordinarla alla propria natura umana. Marcel cita, a tal proposito, il filosofo tedesco Gunther Anders, il quale, nel suo libro "Der Antiquierte Mensch" sostiene che l'uomo tende sempre piú a pensare se stesso in funzione dei prodotti della sua stessa tecnica e, paradossalmente, finisce con il sentirsi inferiore ad apparecchi così precisi e sempre piú perfetti. Ciò, egli sottolinea, non può non avere delle conseguenze etiche di notevole portata, poiché questa svalutazione dell'essere umano conduce alla negazione radicale della trascendenza che la filosofia classica riconosceva allo spirito. Secondo Marcel siamo di fronte, perciò, ad un fenomeno di alienazione nel senso che " nelle condizioni di un mondo in cui le tecniche affermano sempre piú la loro egemonia, l'essere subisce un'autentica enucleazione ". La vita, in questa prospettiva, perde il suo peso esistenziale e l'idea di uomo si decompone. L'individuo, infatti, non riesce che a dare un'immagine indecifrabile di sé poiché tende a rappresentare il mondo e quindi se stesso solo alla luce delle tecniche messe a punto. L'esplosione del mondo oggettivo comporta l'annullamento del gnoti sauton ("conosci te stesso") socratico, una incredibile polverizzazione del soggetto. Quest'ultimo non è piú riconosciuto come tale quando gli vengono applicate tecniche invalse nel dominio della natura. Basti pensare, dice Marcel, alle manipolazioni del cervello umano fra cui il ricorso al cosiddetto "siero della verità", esempio inquietante della violazione della intimità, come se la verità, nel senso puro e nobile della parola, possa avere a che fare con i risultati di un'iniezione.
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