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Italo Chiusano Nel secolo scorso, all’inizio degli anni Ottanta, la carriera letteraria di Italo Alighiero Chiusano conobbe una decisiva virata, in seguito alla quale i venti del consenso critico e del successo di pubblico vennero a disporsi di poppa, spingendo la sua creatività sempre più "al largo", pur senza fargli sperimentare l’ebbrezza della grande popolarità mediatica o la soddisfazione del bestseller da 100.000 copie. Quel giro di boa è contrassegnato da un vocabolo di sapore inconfondibilmente arcaico, barbarico, medievale: "ordalia". Ed è infatti L’ordalia il titolo, insieme realistico e metaforico, di un felicissimo romanzo che, pubblicato nel 1979, strappò Chiusano all’hortus conclusus della germanistica, della narrativa per palati esigenti, della drammaturgia per raffinati intenditori, imponendolo quasi d’improvviso all’attenzione della società culturale e dell’editoria libraria. In una conferenza tenuta a Napoli nel 1980, il germanista rivelatosi anche romanziere di rango dimostrò una lucida consapevolezza della svolta in atto, non solo nel suo laboratorio di scrittore ma anche nel suo percorso esistenziale: «È curioso. Fino a un anno fa ero un signore che si occupava di letteratura tedesca, pubblicava qualche romanzo, e soprattutto molti racconti e radiodrammi. Ora invece eccomi diventato specialista di una scienza nuova, la scienza ordàlica. [...]. Curioso e nemmeno troppo piacevole, perché l’ordalia non è un paradiso, ma una prova terribile, tra le più dure a cui possa venire sottoposto un essere umano, e soprattutto ci lega ad alcune tra le più atroci manifestazioni del Medioevo». Com’è noto, l’ordalia, "giudizio di Dio" sancito dal diritto civile-religioso – in particolare germanico –, consisteva in una prova fisica estrema alla quale si esponeva un accusato e il cui esito, positivo o negativo, veniva interpretato come verdetto divino sulla sua innocenza o colpevolezza. Nel romanzo di Chiusano, l’irreprensibile monaco Petro de sancta vita accetta di camminare scalzo su uno strato di carboni ardenti per comprovare la veridicità dell’accusa di simonia lanciata contro un vescovo disonesto. L’accusatore, a sua volta accusato di calunnia, è nel vero. Ma dall’ordalia esce con i piedi bruciati, apparentemente condannato quasi fosse un impostore. Da un indegno potere ecclesiastico subisce, sia pure a testa alta, un’iniqua, cocente umiliazione. Riscoprire un "classico" Ma neppure la morte, attesa dallo scrittore come ineluttabile appuntamento con la croce di Cristo e sopraggiunta nel febbraio del 1995, pose fine alla catena delle sue ordalie. Dopo aver denotato per qualche tempo una confortante vitalità, la "fortuna" di Chiusano presso i posteri è declinata in modo addirittura inconcepibile e scandaloso. È un amaro dato di fatto che quasi tutte le edizioni dei suoi numerosi libri risultano oggi fuori commercio. Né vale a mitigare l’offesa di questo assurdo oblio la constatazione che un’analoga damnatio memoriae ha colpito o sta colpendo altrigrandissimi letterati d’ispirazione cristiana scomparsi in anni recenti, da Mario Pomilio a Luigi Santucci, da Stefano Jacomuzzi a Ferruccio Ulivi. Auguriamoci piuttosto, respingendo la tentazione dello scetticismo, che il decimo anniversario dell’addio a Chiusano diventi l’occasione per una seria presa di coscienza da parte di tanti editori un tempo orgogliosi di ospitarlo nei loro cataloghi. Per quantità e qualità, il suo lascito letterario appare ormai maturo per assurgere alla dimensione della classicità. Degno di essere riproposto con adeguata sistemazione critica ai suoi antichi lettori e rivelato ai giovani, perché lo studino, lo meditino e lo amino. Il magistero del narratore Storia e metastoria Rigoroso realismo, dunque, di ambientazioni storiche, di strutture socio-antropologiche, di linguaggi (si pensi al plurilinguismo tra erudito e barbarico, tra latineggiante e vernacolare, dell’Ordalia; agli innesti di tedesco e francese nella Prova dei sentimenti, di castigliano nella Derrota). Ma è un realismo tutt’altro che immanentistico; spesso, anzi, contrappuntato – e, per così dire, lievitato – da un surrealismo che schiude vertiginosi orizzonti metastorici. Ha scritto un insigne specialista dei rapporti tra fede e letteratura, padre Ferdinando Castelli: «Chiusano vuole inquietare, nel senso agostiniano del termine; racconta i casi della vita, certamente, ma soprattutto analizza i sentimenti per trovare i moventi dell’agire umano. È immerso nella storia, ma sa che esiste anche una metastoria che le conferisce significato e valore». Significato e valore che si radicano, beninteso, nella Weltanschauung appassionatamente cristiana dello scrittore, nella concezione secondo cui le vite dei suoi personaggi più emblematici costituiscono – come d’altronde la sua stessa vita – una sofferta quanto liberante sequela Christi, una sempre difettosa eppure mai rinunciataria imitazione di Cristo (protesa fino a uno straziante paradosso nel racconto intitolato appunto L’imitatore, tra i più intensi della raccolta Eroi di vetro: ritratto di un capo guerrigliero spinto dalla lettura del Vangelo a un’identificazione totale con il Nazareno). A tal punto che uno studioso di teologia applicata alla letteratura, Franco Verdona, ha potuto tracciare con assoluta plausibilità le linee di una vera e propria cristologia intrinseca all’opera di Chiusano: «Tutti i suoi personaggi chiave [...] devono fare i conti con Cristo, che è il discrimine dell’esistenza e può essere la fonte della salvezza o la pietra d’inciampo». Ecco, quindi, nella storia dell’innamoramento scoccato tra l’aitante ufficiale ungherese Janos e l’incantevole nobildonna francese Denise, fulcro della Prova dei sentimenti, spalancarsi il mistero – con echi da Bernanos e Mauriac – di una metastoria spirituale: l’offerta di se stessa e della propria felicità, inesorabile autocrocifissione simbolica cui la fanciulla si consacra in cambio della salvezza ultraterrena del padre miscredente; un abisso di devozione filiale e di abbandono al Signore che inghiotte anche l’innamorato, al culmine di una turbata conversione. Un salto finale nella metafisica, insomma: un balzo che nell’epilogo di Konradin si colora di misticismo, di sublime epopea dello spirito. Immagina infatti Chiusano che il giovanissimo erede della dinastia sveva, prigioniero a Napoli di Carlo d’Angiò dopo la sconfitta di Tagliacozzo, abbia la possibilità di sottrarsi al patibolo grazie a un piano di fuga ordito dal "fantasma" del nonno, Federico II. Ma la fedeltà ai compagni di sventura e soprattutto al modello del Cristo gli preclude ogni tentativo di modificare per viltà un destino già scritto. Analogamente, nella Derrota, anche il capitano delle milizie repubblicane Juan Thork, convertito a una visione cristiana dall’esempio dei monaci, decide di consegnarsi al probabile carnefice, accettando il fallimento della sua missione. Sacrificio, martirio, ricerca della santità, coraggioso incontro con la violenza e la morte per testimoniare la propria adesione senza compromessi alla verità del messaggio evangelico: questo il sigillo che Chiusano ha impresso di preferenza alle sue costruzioni romanzesche. Di qui l’accusa, che con superficialità gli è stata mossa, di pessimismo radicale. Mentre si tratta di un senso tragico della storia che sfocia, sul piano della vita terrena, nel Venerdì Santo, ma dietro il Golgota fa intravedere la luce aurorale della Resurrezione: un barlume riflesso nella «felicità da impazzire» di Janos delirante, nell’«immenso sospiro di sollievo» di Juan presago della condanna a morte, nella serenità di Corradino pronto, dinanzi al boia, a «benedire la fortuna di essere nato». Una vocazione privilegiata Palestra dove il giovane drammaturgo plasmò i muscoli del proprio talento fu la radio, in una feconda collaborazione parallela con la Rai e con l’emittente della Svizzera italiana: decine di radiodrammi tematicamente assortiti nacquero a partire dagli anni Cinquanta e furono poi distillati nel "canone" delle sette Voci discordi (1992). La sintassi radiofonica, fondata sull’interazione tra parola e silenzio, insegnò a Chiusano l’essenzialità e l’evocatività di un linguaggio indipendente dalle risorse esterne della scenografia, delle macchine, dei costumi. Ma ogniqualvolta planò sul palcoscenico, questo "teatro di parola" dimostrò la propria compiutezza e maturità superando con successo la controprova (si può dire: l’ordalia?) della rappresentazione, segnata da effetti spettacolari. Persino Kolbe, l’"oratorio drammatico" che ripercorre, in una catena di flashback, la vita di un santo moderno, il francescano polacco Maksymilian Kolbe, martire ad Auschwitz, persino questa pièce eminentemente verbale, quasi statica, si è tradotta in uno spettacolo dinamico, visionario, emozionante grazie alla messa in scena ideata dal regista Alfredo Traversa per il Teatro della Fede (Fantiano Festival di Grottaglie, luglio 2002). E a esiti scenici differenti ma non inferiori pervennero anche gli altri due elementi del trittico Tre notturni teatrali, apice della drammaturgia chiusaniana: Le notti della Verna ("prima" all’Aquila nel 1980), sulle tentazioni sataniche subite da san Francesco prima di ricevere il mistico dono delle stigmate, e Il sacrilegio (andato in scena a San Miniato, per la regia di Gian Filippo Belardo, nel 1982), che dibatte il tema della legittimità del ricorso a mezzi illeciti per conseguire un fine lecito quale può essere la purificazione di un’abbazia corrotta. radiodrammi. Germanistica e teatro furono, in effetti, i suoi primi – e mai traditi – amori. Ben presto li accoppiò, dando alle stampe, nel 1964, due tomi dedicati al Teatro tedesco: dal naturalismo all’espressionismo e da Brecht a oggi, successivamente confluiti in un’unitaria Storia del teatro tedesco moderno (1976). Certo, fu un germanista abbastanza anomalo, Chiusano: senza cattedra e senza discepoli istituzionali (ma a non pochi neofiti meritevoli prodigò con generosità il suo avviamento e supporto). Passione e competenza le aveva ereditate dal padre, già insegnante di tedesco nei licei e console italiano a Breslavia quando vi nacque Italo, nel 1926. Intense letture prima e dopo la laurea romana in Giurisprudenza, integrate da soggiorni in Germania, specie nella prediletta Renania, incrementarono il suo bagaglio linguistico e letterario, affinato anche mediante numerose e pregevoli traduzioni: da Goethe, Schiller, Kleist, Musil, Schnitzler, Mann, Hesse, Dürrenmatt e, segnatamente, Heinrich Böll, cui si legò d’amicizia fino a dedicargli nel 1974 un fervido profilo. Un pudore intellettuale forse eccessivo, saldato a una gelosa tutela della propria autonomia di ricerca e d’iniziativa, vietò sempre a Chiusano di assumere un ruolo accademico, in Italia o all’estero, pur potendo egli schierare in campo, oltre alle traduzioni, alle conferenze, alla biografia bölliana, alle pagine sul teatro moderno e a una poderosa Letteratura tedesca: storia e antologia (1969), i seguenti titoli: l’assidua collaborazione con il quotidiano La Repubblicasu temi, libri e personaggi del mondo germanico; i saggi, le recensioni e gli interventi raccolti in Literatur (1984) nonché in Altre lune (1987), dove rifulge la limpida e affabile qualità della sua prosa critica («la critica che resta» affermò in un’intervista «è quella chiara, trasparente», non «fatta di rebus»); l’immane lavoro preparatorio su fonti sia dirette sia indirette, in vista del corpo-a-corpo con Goethe e il suo tempo che si sarebbe solidificato nella monumentale eppure godibile Vita di Goethe (1981), seguita nel 1983 da un album di segmenti biografici (Goethiana) spazianti dal registro pseudodiaristico a quello dialogico. E fin dal 1979 troneggiava, su questo imponente scaffale, la più prestigiosa delle consacrazioni: il Premio Inter Nationes, una sorta di Nobel per la Testimone in prosa e poesia Convocato dal cardinale Martini alla "Cattedra dei non credenti", nel 1991, Chiusano esaltò il carisma della poesia, «rivelazione epifanica sulla strada della religiosità». E di grande poesia egli non solo si nutrì sempre, coltivando i tragici greci, Dante, Leopardi, ma seppe anche creare in proprio memorabili espressioni. Nei versi «scolpiti alla maniera di Wiligelmo» (Torresani) di Bacche amare (1987) si depositò il suo mondo "romanico" fra teologia corposa, affetti familiari, incanti paesaggistici. Nelle Preghiere selvatiche (1994), screziate di rimandi biblici e definite da Gianfranco Ravasi «salmi moderni», risuonò il suo doloroso canto sapienziale, il suo rovente lamento di «Giobbe contemporaneo». E come inquadrare, infine, le meditazioni scritte su invito dello stesso Giovanni Paolo II (straordinario onore/onere toccato anche, nel 1999, a Mario Luzi) per la Via Crucis al Colosseo del 1985? Spiritualità poetica? Prosa d’anima? Cristologia narrativa? In ogni caso, un exploit: una sfida, una particolarissima "ordalia" vittoriosa. In quel Venerdì Santo, con quelle quattordici paginette, la parola di Chiusano, camminando sul «ponte d’iride» della Parola di Dio come padre Kolbe «uscito dalla gola degli inferi» nel coro finale dell’oratorio, si è inerpicata verso il cielo. Ma senza abbandonare la terra.
Per un approccio critico
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