Marted́ 22 Maggio 2012

Mario Luzi

fidae

La storia è prodiga a volte di agnizioni, fulmini che inceneriscono il grigiore del tempo e riconnettono le trame del presente e del più remoto passato. Così di recente a Mario Luzi è capitato di ritrovare presso un antiquario fiorentino le carte, parte dattiloscritte parte autografe, del suo primo libro, La barca, uscito da Guanda nel 1935. Sorpresa nella sorpresa, oltre alle poesie appartenenti all’elaborazione del libro, il plico conteneva anche una trentina di testi del tutto inediti, alcuni frammentari, risalenti agli anni 1933-1934. Allora Luzi (nato a Castello, presso Firenze, il 20 ottobre 1914) aveva tra diciannove e vent’anni e compiva i suoi tentativi d’arte dopo essersi interessato, sui banchi del ginnasio, alla poesia nuova di Pascoli e di D’Annunzio. D’altra parte i suoi primissimi ingenui schizzi di versi li aveva scritti assai precocemente, ancora adolescente, intorno ai quattordici anni.

Ma quella trentina di testi, i primi messi sotto la luce della storia perché probabilmente inviati all’editore Ugo Guandalini (poi Guanda) per documentare il lavoro immediatamente precedente a La barca, li aveva completamente dimenticati. Essi (una scelta, prima che Garzanti li pubblichi integralmente, si può leggere su Poesia, 159, marzo 2002) rappresentano una stagione autonoma, antecedente a quella de La barca, il libro che fa da incunabolo all’esperienza ermetica, poi pienamente realizzata in Avvento notturno (1938). I versi dolci e sonori, nutriti di amore della tradizione, insieme ad alcuni scorci realistici dei vent’anni del poeta («Perdono pe’ nostri dolci peccati / Per avere spesso guardato / Teneramente dissiparsi il giorno / Dall’ombra e il silenzio dei casini») documentano una tensione filosofico-conoscitiva che avrebbe attecchito più avanti nell’opera di Luzi. Si prenda un testo come il seguente: «Le mamme muoiono e la vita / così si compie. Quando i loro volti / germogliano sotto le terre rigonfie / quella loro bontà li congiunge / violentemente al fuoco di segrete / speranze e quel silenzio / che le divora lava il cuore». Non manca qualche forma del discorso che tornerà nella maturità luziana. Così l’incipit di un frammento che recita «Da voi hanno preso sofferenza da voi gioia / Le cose […]» sembra anticipare i versi quasi clausolari di Aprile-amore (da Primizie del deserto, 1952): «ora da te mi torna fatto chiaro, / ora prende vivezza e verità».

Sodalizi e passioni intellettuali
La storia editoriale de La barca è anch’essa avventurosa e singolare, nel senso che rispecchia tempi di sodalizi e passioni intellettuali che potevano trasformarsi in coraggiose imprese editoriali indipendenti, come è il caso di Guanda. Mario Luzi ricorda così, in un’intervista, l’incontro a Modena con Ugo Guandalini, conosciuto assieme a Delfini: «Guandalini era un ometto di piccola statura, assomigliava un po’ a uno studente fuori corso. Pubblicava allora qualche filosofo o teologo di opposizione, che non trovava cittadinanza nella grande editoria, come Buonaiuti, Renzi, e da poco aveva pubblicato anche le poesie di Guglielmo Petroni […]. Andammo a mangiare in un ristorante sulla via principale di Modena. Dopo cena, passeggiando, Guandalini mi chiese di recitare qualche mio verso a memoria. Io mi schermivo, ma lui insistette. E così recitai qualcosa da una poesia: i versi lunghi, che in controtendenza rispetto alla moda dei versicoli del primo Ungaretti, componevano le mie poesie di quel periodo si prestavano bene alla recitazione. La cosa gli piacque e mi disse di mandargli il libretto quando fosse stato pronto. Così nacque La barca». Recentemente il poeta Alessandro Ceni ha affermato che La barca appartiene al novero delle opere prime realmente inaugurali, aperte al futuro, di contro al modello di opera prima definita, conclusa in una cifra perfetta rappresentata dagli Ossi di Montale.

In effetti La barca si offre come un’apertura ancora vulnerabile, fragile sul mondo. Protagoniste del libro sono le fanciulle svanenti, confinanti con la sparizione, e d’altra parte le meste madri ingrigite dal fiume del tempo, dall’ineluttabile passaggio delle stagioni. E però di contro al delirio di una sensibilità evanescente, c’è già nella poesia più programmatica del volume (Alla vita) lo sguardo su «una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti». Un germe, che sarebbe sbocciato più avanti, dopo le estatiche e iridescenti incantagioni verbali di Avvento notturno.

La vicenda degli studi di Luzi, dopo il ginnasio-liceo un po’ itinerante, anche per gli spostamenti del padre Ciro, ferroviere, si compie con l’iscrizione all’università di Firenze. Un solo mese Luzi resta in seno alla facoltà di Legge, poi comprende che la sua strada è altra e passa a Lettere. Conosce i primi amici che costituiranno il sodalizio dell’ermetismo fiorentino: il coetaneo Piero Bigongiari, Oreste Macrì, di un anno più grande, i già laureati Carlo Bo e Leone Traverso, con cui si trova a discutere al caffè San Marco, a pochi passi dall’università. Poco più tardi, nel ’34, conoscerà RomanoBilenchi, narratore e giornalista della Nazione, e poi ancora Pratolini e Parronchi, cui si stringe in fervida amicizia. Al caffè delle Giubbe Rosse entra in contatto, negli anni seguenti, con autori già affermati, appartenenti a generazioni più mature. Particolarmente gelido, contegnoso e scoraggiante, per l’habitus dell’autore degli Ossi, è l’incontro con Montale.

Data al 1933 il suo primo rapporto con il gruppo della rivista cattolica fiorentina Il Frontespizio, a cui più tardi collaborerà. In questo circolo conosce quello che resterà a lungo, idealmente, il suo maestro, il poeta Carlo Betocchi. Nello stesso anno cade l’incontro all’università con una giovane, Elena Monaci, allora sconvolta dal suicidio della sorella, che anni dopo diventerà la sposa di Luzi (1942) e la madre del suo unico figlio, Gianni (1943). Nel 1936 si laurea brillantemente (110 e lode), discutendo con Luigi Foscolo Benedetto una tesi su François Mauriac, piccolo capolavoro critico della giovinezza pubblicato da Guanda nel 1938 con il titolo L’opium chrétien. L’insegnamento nelle scuole superiori lo porta via da Firenze, a Parma, a San Miniato, poi una collaborazione editoriale lo lega temporaneamente alla città di Roma, dove ha modo di frequentare fra gli altri Giorgio Caproni. Infine torna alla città natale.

Una frattura nella sua storia
La seconda guerra mondiale collabora con altri fattori a determinare una frattura profonda nella sua storia di scrittore, contribuendo a rimetterlo di fronte alla concretezza drammatica del mondo (sul valore di rottura del secondo conflitto mondiale nella poesia italiana si è sviluppato un fervido dibattito, fra chi ne sottolinea la portata e chi, come Mengaldo, ne riduce il valore, sottolineando ad esempio come Luzi abbia continuato per diversi anni dopo la guerra nel solco della sua prima maniera). Dopo le architetture verbali di Avvento notturno, Luzi si riavvicina progressivamente alla evenienza oggettiva della realtà con raccolte come Un brindisi (1946), Primizie del deserto (1952) e soprattutto Onore del vero (1957), titolo già granitico ed esemplarmente rappresentativo di un nuovo prevalente assillo creativo. I versi, da musicali e febbrili, si fanno scanditi, scabri, segnati da iterazioni e insistenze. Il paesaggio non è più quello vago e impersonale delle due raccolte giovanili, ma il fondale del lavoro dell’uomo, della sua fatica, il luogo della vita umile e incarnata di un popolo che il poeta sente come fraterno, unito in una medesima avventura: «e scendo, scendo più che già non sia / profondo in questo tempo, in questo popolo». Il sentimento di un dovere morale di compimento e chiarificazionedella vicenda vitale, senza fughe e senza scoramenti, si sostituisce al battito incerto e impalpabile dell’umbratile natura giovanile.

Un’opera umana, di immedesimazione e fedeltà alla vita, è quella che il poeta canta, con l’ausilio di un cristianesimo che gli giunge, semplice e profondo, meditato e sofferto in ogni fibra, dalla sensibilità materna: «[…] Non fu vano, è questa l’opera / che si compie ciascuno e tutti insieme / i vivi i morti, penetrare il mondo / opaco lungo vie chiare e cunicoli / fitti d’incontri effimeri e di perdite / o d’amore in amore o in uno solo / di padre in figlio fino a che sia limpido» (Nell’imminenza dei quarant’anni, da Onore del vero).

Il processo di maturazione
Proprio la morte dell’amatissima madre Margherita, nel 1959, porta paradossalmente a compimento il processo di liberazione delle energie più profonde del cristianesimo luziano e la sua maturazione di uomo e di scrittore. Nella poesia centrale a lei dedicata nel libro di versi Dal fondo delle campagne (1965), intitolata Il duro filamento d’elegia, Luzi tematizza il rifiuto della nostalgia elegiaca, del rimpianto, a favore di un positivo e saldo sentimento della compresenza e comunione dei vivi e dei morti e della sensatezza dell’adesione alla vita: «Udire voci trapassate insidia / il giusto, lusinga il troppo debole, / il troppo umano dell’amore. Solo / la parola all’unisono di vivi / e morti, la vivente comunione / di tempo e eternità vale a recidere / il duro filamento d’elegia. / È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso». D’altra parte iniziano a prendere corpo alcune inquietudini circa la felicità della sua situazione familiare.

Alcuni incontri, come quello con l’anglista Franca Bacchiega nel 1962, mettono in questione la tranquillità interiore del poeta, il quale proietta turbamenti e contrasti nel libro di maggior rottura della sua carriera poetica, Nel magma, uscito in prima edizione nel 1963. Abbandonando la nitida e cristallina partitura metrica delle prove precedenti, Luzi vi procede a una drammatizzazione (peraltro sempre formalmente oculata e controllata: numerosi i versi regolari che sottostanno ai lunghi stichi di queste poesie) dei suoi incontri-scontri nel mondo: quello con la nuova musa femminile e il marito (Ménage), quello con un gruppo di giovani tesi a un credo ideologicamente dogmatico (Presso il Bisenzio), quello con enigmatiche figure del passato (Nel caffè e Bureau), quello con una figura già amata e ora sentita come limitante e opprimente (In due), e così via. Il risultato è quello di poesie-racconto che valgono anchecome germi e nuclei drammaturgici, giocati sulle battute, sul botta e risposta tra il poeta-personaggio e i suoi “antagonisti” mondani, scene purgatoriali che revocano in dubbio la giustezza delle azioni dell’io poetante e lo mettono con le spalle al muro.

Su tutto permane il sentimento di una vita di cui occorre rintracciare il senso, a costo di sofferenza e sacrificio, anche là dove maggiormente sembra intricarsi, disperdersi. L’apparente quasi-prosa e narratività di questi testi, che impressiona fortemente la critica, va di pari passo con una opzione impura e prosastica che contrassegna altre fondamentali esperienze della poesia italiana di quegli anni: da Sereni a Betocchi a Bertolucci. Ma è certamente prepotente sulla tessitura degli incontri e dei dialoghi ambientati nei luoghi emblematici del presente (il caffè, il bureau, l’automobile) il magistero dantesco, soprattutto quello dell’Inferno e del Purgatorio. Sarà proprio Luzi a parlare con grande lucidità della riscoperta di una funzione dantesca che si succede e si sovrappone (chiaro il riferimento alla stagione ermetica) a una precedente “infatuazione” stilistica e musicale leopardiana: in diversi saggi Luzi mette in luce questa dinamica della tradizione nella sua carriera creativa, a partire da L’inferno e il limbo del 1946 (il volume dallo stesso titolo appare nel 1949). Un versante, quello della produzione saggistica, che accompagnerà sempre il poeta e la sua produzione in versi, fornendo motivazioni e supporti al concreto operare artistico.

Intanto, a partire dal 1955, Luzi insegna Lingua e cultura francese all’università fiorentina, facoltà di Scienze politiche (lascerà definitivamente la scuola nel 1962), impegno che alterna con corsi tenuti in altre università, fra cui Urbino, dove viene chiamato dall’amico rettore Carlo Bo. Il suo impegno di francesista trova una tappa editoriale nel volume Aspetti della generazione napoleonica e altri saggi di letteratura francese, pubblicato da Guanda nel 1956 e comprendente la riedizione dell’Opium chrétien. Un primo, grande viaggio è quello che Luzi compie in Unione Sovietica, nel 1965: a colpirlo particolarmente è la Georgia, terra dal sottofondo mitico che tornerà come fonte di suggestioni in uno dei testi poematici di Su fondamenti invisibili (1971) e ancora in Al fuoco della controversia (1978). Mentre prende forma il nuovo libro di versi, matura in modo naturale, come continuazione dell’alterco dialogico già sperimentato da Luzi in poesia, la prima opera teatrale dell’autore, quell’Ipazia che verrà rappresentata nel 1971 e pubblicata in volume nel 1973 (la sua prima prova teatrale, Pietra oscura, pubblicata circa cinquant’anni dopo, nel 1994, risaliva tuttavia al lontano 1947).

La produzione teatrale accompagnerà d’ora innanzi quella propriamente poetica (una prima raccolta complessiva sarà approntata da Garzanti nel 1993): si tratta di un teatro di parola che indaga attraverso il contrasto dialogico movimenti perenni dell’umano e assilli dell’epoca (fra le vette i drammi Rosales, 1983, e Hystrio, 1987). Dopo la stagione degli incontri purgatoriali di Nel magma, i tre testi dall’andamento poematico di Su fondamenti invisibili rinnovano completamente il piano di lavoro luziano, accordandolo a una registrazione inquieta (significativo il titolo), dinamica e instabile dei moti psichici profondi: è il caso in particolare del primo, franto e liberissimo poema del libro, Il pensiero fluttuante della felicità. La composizione ariosa, lievitante, la partitura strofica libera e stratificata segnano la liberazione del discorso luziano dalle forme fin qui praticate e lo aprono a tutta una nuova fase creativa, quella che condurrà, con successive precisazioni e messe a punto, ai grandi libri poetici della vecchiaia.

La separazione dalla moglie
Nel 1972 Luzi si trasferisce da solo nella casa di via Bellariva, dove risiede tuttora. La separazione dalla moglie non rappresenta un gesto traumatico ma piuttosto il tentativo di salvare il fondo positivo dell’unione, che con la convivenza stava ormai mostrando la corda. Permangono infatti rapporti amichevoli e affettuosi con Elena. Inizia nel 1974, con una visita negli Stati Uniti, una lunga serie di viaggi che negli anni seguenti porterà il poeta ripetutamente in Francia e in Irlanda, ma anche in Cina (1980), in Cecoslovacchia, nei Paesi scandinavi. Del 1978 è la nuova raccolta poetica, Al fuoco della controversia, che prosegue l’indagine di Su fondamenti invisibili, compiendo un’immersione nel corpo dell’epoca, dei suoi linguaggi e della sua inane e balbettante coscienza (Muore ignominiosamente la repubblica). Si fanno strada alcune marche stilistiche, come i frequenti modi interrogativi, che contraddistingueranno la “grammatica” dei nuovi libri del poeta. L’anno seguente l’uscita di Al fuoco della controversia, la raccolta è riunita, con l’intera opera edita, nell’edizione complessiva di Tutte le poesie, pubblicata in due volumi da Garzanti (1979).

Dopo varie ristampe di questa raccolta, ampliata a comprendere i volumi via via pubblicati, nel 1998 apparirà nei “Meridiani” Mondadori L’opera poetica - a cura di Stefano Verdino, arricchita da importanti apparati informativi, bibliografici ed esegetici; ma altre poesie premono e anche il poderoso volume viene superato dalla successiva produzione poetica (la nuova raccolta di Luzi è data alle stampe da Garzanti nel 1999). Il magistero luziano sulla poesiaitaliana contemporanea si rafforza e conferma ed egli si avvia a diventare il punto di riferimento essenziale di numerose personalità delle nuove generazioni, da Cesare Viviani a Roberto Mussapi, da Milo De Angelis a Davide Rondoni.

Per il battesimo dei nostri frammenti (1985) apre una nuova fase della produzione luziana contrassegnata da elementi unitari, che comprenderà Frasi e incisi di un canto salutare (1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994) e Sotto specie umana (1999). Si trova nella prima di queste raccolte un testo in qualche modo programmatico, che fa luce sulle aspirazioni e le intenzioni operative della rinnovata stagione: «Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca Nadir e Zenith della tua significazione, / giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami / nel buio della mente – / però non separarti / da me, non arrivare, / ti prego, a quel celestiale appuntamento / da sola, senza il caldo di me / o almeno il mio ricordo, sii / luce, non disabitata trasparenza... // La cosa o la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?». Il dilemma messo al centro di questa poesia, dagli intensi risvolti autoriflessivi, ha come corni contrapposti da una parte un tentativo di nominazione che si astragga dal particolare, dal piccolo e limitato lamento sulla sorte individuale per fissarsi sulla pienezza dell’essere, e dall’altra il rischio, incluso in quell’operazione, di una scrittura algida, intellettuale e sostanziata di puro pensiero. Il poeta intende guardare alla vastità del disegno universale senza tuttavia dimenticare il piccolo, pulsante cuore umano che lo attraversa e il mistero che al centro della storia e del kosmos si installa.

Sulla compresenza dei due campi di attrazione e sulla loro necessaria coesistenza insiste il titolo del libro del 1994, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, un poema per frammenti in cui il viaggio di ritorno del pittore senese verso la sua patria (una circostanza immaginaria e non storica) diventa occasione, fra l’altro, per una immersione nelle riserve di luce e conoscenza che l’arte dispensa. L’ideale perseguito nei libri tardi sembra essere quello di un linguaggio alto e complesso eppure capace di includere i sommovimenti del reale, di accogliere in una specie di stratigrafia l’avvenimento continuo del mondo e dell’umano, in una risorgente sete di riunificazione.

Il ricorso all’invocazione
Oltre alle frequenti frasi interrogative, si segnala, in una sorta di risalita verso la nominazione pura e l’affermazione paradisiaca (dopo la fase purgatoriale delle opere precedenti), il ricorso all’invocazione come lampo di adesione alla sostanza dell’essere indiviso e universale: «Oh gloria, oh dura oscurità / del gran lavoro fatto». Sono opere diffuse, ampie, coraggiosamente generose, alle quali parte della critica sembra rimproverare minor memorabilità e fermezza di quelle precedenti della produzione luziana; ma d’altronde la interazione dei moduli stilistici è uno dei fondamenti del discorso conoscitivo che il poeta sta svolgendo e la complessità e ricchezza sono fra le condizioni dell’ascesa. L’intento del poeta si precisa nel definitivo superamento della vena nostalgica e delusiva dell’esperienza umana: una sorta, dunque, di palinodia rispetto a gran parte della tradizione novecentesca, di impronta negativa, Montale in testa.

I grandi temi, tra filosofici ed esistenziali, come il tempo, la possibilità e il significato della felicità, la percezione del seme divino del mondo, lo scandalo dell’assenza e della morte, vengono sviluppati in una tensione affermativa, positiva, vittoriosamente partecipe della supremazia dell’essere. La storia, la vicenda umana non fanno segnare solo una caduta, una perdita; in ogni punto c’è un risarcimento possibile, un principio di pienezza, che nella dimensione dell’esperienza umana può al massimo essere intuito. Al di là del tormento e della disarticolazione, è possibile, fa intendere Luzi in chiusa al Viaggio, cogliere il permanere di una presenza indissolubile («È, l’essere. È. / Intero, / inconsumato, / pari a sé. / Come è / diviene. / Senza fine, / infinitamente è / e diviene, / diviene / se stesso / altro da sé. / Come è / appare. / Niente / di ciò che è nascosto / lo nasconde. / Nessuna / cattività di simbolo / lo tiene / o altra guaina lo presidia. / O vampa! / [...]»). È – questa tensione verso l’unità noumenica del mondo, al di là delle apparenti contraddizioni e divisioni della comprensione – il punto di fuga di tutta l’ultima poesia luziana, giunta a vette di ontologica profondità conoscitiva. E tale da coronare una delle esperienze poetiche più mosse, varie e vitali dell’intero Novecento italiano.