Marted́ 22 Maggio 2012

Mario Pomilio

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n trentenne intellettuale abruzzese di nome Mario Pomilio, dedito a studi d’italianistica, autore di saggi per soli addetti ai lavori, non avrebbe forse mai intrapreso una brillante carriera letteraria, destinata a conferirgli stima e notorietà internazionali, senza un fatidico incontro, nel marzo del 1953, con una suora ospedaliera. A rievocare quell’episodio fu, molti anni dopo, lo stesso scrittore, pubblicando nel più autobiografico dei suoi libri, Scritti cristiani (1979), una lettera aperta indirizzata all’anonima religiosa, vero "angelo della carità" che, nella clinica di Napoli dove la moglie di Pomilio era stata ricoverata per un delicato intervento chirurgico, rivelò ai due coniugi il grado umilmente eroico delle sue evangeliche virtù. Il giovane studioso ne fu colpito sino al punto di rimettere in discussione l’agnosticismo connesso alla sua militanza nella sinistra laicistica e secolaristica. Nella sua coscienza riaffiorò il sostrato di religiosità "fisiologica" che vi aveva impresso, durante l’infanzia e l’adolescenza, un’educazione cattolica di onesto stampo tradizionalista, quale circolava in famiglia e negli ambienti ecclesiali della provincia d’origine. Ne scaturì una rinnovata, lucida adesione ai fondamentali valori cristiani, sottoposti successivamente a verifica nel ricorso diretto al messaggio di Cristo e nella meditazione della Parola biblica non meno che nello stile della prassi quotidiana; nell’approfondimento delle radici manzoniane del cattolicesimo liberale non meno che nell’attrazione per l’aggiornamento proclamato dal Concilio Vaticano II e nella reverente ammirazione per Giovanni XXIII e Paolo VI.

In pari tempo, la scintilla del cortocircuito spirituale scoccato al capezzale della moglie sofferente accese la fiamma di un’ispirazione letteraria caratterizzata, fin dall’esordio con L’uccello nella cupola (1954), da una tensione morale, da una concentrazione sulle problematiche esistenziali in tutta la loro dirompente drammaticità, da una «disposizione a percepire l’essenza creaturale» dei propri personaggi, «a sentirli e trattarli anzitutto come anime», che non si sarebbero più placate. E che avrebbero generato le opere cruciali della maturità. «In breve» concludeva Pomilio con disarmante franchezza nella Lettera a una suora, «sono nato scrittore all’indomani di quell’incontro e assai probabilmente proprio in seguito a quell’incontro».

È legittimo incastonare questa metanoia, questo radicale "mutamento di pensiero", questa svolta quasi vocazionale, nella sacra teca delle conversioni? La risposta non può che essere ancipite, a seconda del paradigma di riferimento. Negativa se si rapporta il concetto di conversione al modello (per tanti altri aspetti ricco d’influssi su Pomilio) di Alessandro Manzoni, sia come protagonista di una transizione mistico-intellettuale dalla negazione al pieno assenso, sia come cantore della «bella Immortal! benefica / Fede ai trionfi avvezza!». Affermativa, invece, se si opta per una diversa accezione, più dinamica, più novecentesca e, in sostanza, postconciliare, messa così a fuoco dall’autore degli Scritti cristiani: «un richiamo alla continua mobilitazione della coscienza, un invito a vivere la nostra vita in tensione, in quella continua "conversione" che [...] è il contrario del riposo morale (come lo chiamava il Manzoni), dell’inerzia spirituale, dell’adagiarsi assuefatto nel tran tran dell’esistenza». Piuttosto che un convertito stricto sensu, Pomilio va quindi considerato un "credente pensante", per usare una categoria familiare al cardinale Carlo Maria Martini: un «cristiano interrogante e inquieto» (Carlo Bo), rigenerato da un’impegnativa ricerca di fede che conobbe alterne fasi di crescita, sosta, regressione, crisi, recupero e irreversibile slancio, fino a culminare nell’impresa del Quinto evangelio.

La cattedrale e il battistero
Ed ecco dunque evocato il libro indiscutibilmente più significativo di Mario Pomilio, appunto Il quinto evangelio: capolavoro assoluto, sinfonico epos cristiano, opera letteraria tra le più memorabili del XX secolo per l’equilibrio tra mole e qualità della scrittura, per la complessità d’orchestrazione, per la stratificata storicità del disegno, per il connubio tra rigore filologico e arditezza d’invenzione narrativa, per l’iridescente varietà tematica, tonale, stilistica, lessicale. In un’epoca in cui il consenso della critica più esigente poteva ancora coniugarsi con il successo decretato dal pubblico (italiano e straniero) asuon di copie vendute, Il quinto evangelio conquistò il Premio Napoli, il Prix du Meilleur Livre Etranger in Francia, il Premio Pax in Polonia; contemporaneamente, nel solo quadriennio 1975-1978, assommava la bellezza di quindici edizioni. Ancora oggi, a sedici anni dalla scomparsa dello scrittore, quando – troppo di rado, in verità – il nome di Pomilio riemerge dal pozzo dell’oblio, lo si associa riduttivamente, tutt’al più aggiungendo Il Natale del 1833, al Quinto evangelio. Ne deriva un effetto prospettico simile a quello cui assistiamo allontanandoci da una piccola città d’arte sita in cima a un poggio: da un certo punto in poi, il nostro sguardo non scorge più che il profilo della cattedrale, svettante al di sopra dell’abitato, mentre ogni altro edificio viene inghiottito da una macchia indistinta, destinata a confondersi con la sagoma del colle e a scomparire. Pomilio è ben altro che un auctor unius libri. Mala penuria di ristampe delle sue opere "minori", l’assenza di una sistemazione organica del corpus pomiliano, l’imperdonabile disaffezione degli studiosi e dei docenti fanno sì che, sull’orizzonte ormai brumoso del Novecento, resti visibile, dello scrittore abruzzese, solo quell’unico romanzo-saggio oggi saltuariamente citato.

Pressoché impercettibile risulta in particolare, ai piedi della cattedrale "quintevangelica", il minuscolo battistero che pure, nel paesaggio creativo di Pomilio, costituisce l’incunabolo primigenio: un mannello di poesie giovanili, in parte edite alla spicciolata su riviste letterarie, in parte inedite. Le rinvenne entro un dimesso raccoglitore, distribuite in due sezioni, Improvvisi (1949) ed Emblemi (1953), il figlio Tommaso. Ed Emblemi è anche il titolo complessivo della silloge di cui lo scopritore ha curato la pubblicazione nel decennale della morte del padre (2000), suggellandola con un’illuminante postfazione. Duplice il valore di questi versi, intrisi di sfavillanti riverberi marini e di penombre pulviscolari: da un lato la loro intrinseca espressività, nel segno di un simbolismo memore di Eliot e accostabile sia al Rebora dei Frammenti lirici sia al Luzi di Primizie del deserto, ma debitore soprattutto al Montale delle Occasioni; dall’altro, la loro funzione di antesignani rispetto a temi, sentimenti, atmosfere di cui si nutrirà la produzione narrativa. La farfalla del romanziere sembra, ad esempio, già incorporata nella crisalide del poeta di Sosta a Pozzuoli: «Forse / l’umano è solo in questa / fraternità perenne, in questo nostro / [...] dare un volto / [...] all’amore / vegliato oltre la morte».

Scrittore antropocentrico
Studente dotatissimo, vorace di letture, vincitore di un premio nazionale di composizione latina, giunto diciottenne al traguardo della maturità classica, Mario completò la sua educazione intellettuale alla Normale di Pisa, dove, dopo la pausa della guerra, si laureò in Lettere con una tesi su Pirandello narratore (1945). Da questo nucleo di riflessione su un autore sempre appassionatamente scandagliato germogliò poi, nel 1966, il saggio La formazione criticoestetica di Pirandello. Ma già negli anni ’40/50 il precoce saggismo pomiliano si era diramato in altre direzioni: Svevo, Foscolo, Cellini, Poliziano, Erasmo da Rotterdam. Nel triennio 1950-52, due borse di studio gli consentirono di svolgere, prima a Bruxelles poi a Parigi, indagini storico-critiche sul Neoplatonismo.

Tornato in Italia, nell’insegnamento e nella ricerca analizzò i grandi movimenti della narrativa europea tra Otto e Novecento. Su questo sfondo spiccano i saggi La fortuna del Verga (1963) e Dal naturalismo al verismo (1966). Confrontando tematiche e tecniche dei più eminenti romanzieri italiani e francesi, sensibile alla lezione dei cattolici Mauriac, Bernanos, Greene, ma soprattutto ancorato alla "poetica del vero" intesa come «punto di forza della rivoluzione operata dal Manzoni», Pomilio forgiò, nella sua fucina di critico letterario intensamente coinvolto anche nell’attualità culturale (basti citare l’esperienza della rivista napoletana Le ragioni narrative, condivisa con Prisco e Rea, cui seguì un’imponente militanza pubblicistica), strumenti raffinati da impiegare sul versante creativo. Convinto che «il narratore dia la misura di sé solo collocandosi al centro dell’animo dell’uomo», Pomilio apprezzava la pietas del Verga, capace di «stare con le sue creature soffrendo con loro». Reciso, nel contempo, il rigetto del Neorealismo unidimensionale, orizzontalmente privo di un cielo metafisico. Civile ma inflessibile, poi, la polemica contro la «disumanizzazione dell’arte» perseguita dalle Neoavanguardie, contro il provocatorio, astratto sperimentalismo del nouveau roman e del "Gruppo 63"; emblematica, in tal senso, la querelle sottesa all’affondo della Grande glaciazione, fulcro della raccolta di saggi e interventi dati alle stampe nel 1967 con un titolo "epocale": Contestazioni.

Coglie nel segno, perciò, Raffaele La Capria quando sottolinea la feconda simbiosi, in Pomilio, di «due vocazioni», l’armonizzarsi dello «scrittore di prim’ordine» con il «grande critico»: donde «il tono inconfondibile, l’alta qualità morale» che contrassegnano i suoi romanzi. Ed è appunto questo lo stemma inciso su ogni pagina fin dalla sua prima prova narrativa, quell’Uccello nella cupola alla cui stesura di getto la testimonianza della suora infermiera aveva potuto fare da «detonatore» – come suggerisce Fulvio Scaglione – proprio perché la "carica" concettuale era «già pronta». Pubblicato in clima ancora preconciliare ma pervaso di presentimenti roncalliani, controcorrente rispetto alla temperie neorealista, il romanzo ambienta nella cornice di Teramo i drammi incrociati di un giovane sacerdote, bisognoso di verifica sul proprio ministero, e di una giovane donna tormentata da sensi di colpa, penitente ansiosa di espiazione. Inibito da un arido rigorismo, don Giacomo non riesce a salvare Marta dall’autodistruzione. Ma la sconvolgente esperienza pastorale così maturata lo guiderà verso un umile riconoscimento della fragilità umana redenta dalla misericordia di Dio.

La dialettica del rapporto conflittuale fra bene e male, che nel romanzo d’esordio aveva indossato l’abito bernanosiano di un incontroscontro fra il peccato e la grazia nel segreto della coscienza, cede il passo nel Testimone (1956) a una sfida che alla violenza del crimine contrappone, in uno squallido scenario parigino, l’intransigenza di una giustizia non meno aggressiva. Anche qui si affrontano un uomo e una donna, un rappresentante dell’istituzione e una creatura infelice, socialmente alla deriva: il commissario Duclair e Jeanne, compagna di un delinquente. Venata di sfumature "gialle", la vicenda perviene a un esito tragico, sbocco fatale dell’incapacità di elevarsi a un superiore ordine di valori. L’empatia dello scrittore si fa tuttavia solidale con la disperazione «di un mondo che si dibatte nei compromessi d’una morale provvisoria, relativa, inadeguata».

Concepito fin dal 1951 ma scritto solo nel 1957 e pubblicato l’anno successivo, il racconto lungo (o romanzo breve?) Il cimitero cinese merita di essere valutato come una delle più belle, limpide e profonde love stories del Novecento. Un giovane studioso italiano residente a Bruxelles, anonimo io narrante e palese alter ego di Pomilio, incontra a una festa una solitaria studentessa tedesca. La disinvoltura con cui la ragazza, Inge, lo invita a un viaggio in macchina lungo la costa francese della Manica eccita la sua fantasia latina. Non sarà, invece, una facile avventura. I due viaggiatori si scoprono, sì, attratti da un sentimento sincero, ma, figli di nazioni compromesse da infami responsabilità negli eccidi del recente conflitto mondiale, per riuscire a esprimersi e donarsi amore dovranno prima rivivere, in chiave simbolica, gli orrori perpetrati sulle rive di quell’oceano. La visita a un insolito, sereno cimitero di guerra trasmetterà a entrambi un senso di catarsi, di riconciliazione e pace, preludio forse al loro impegno per la costruzione di una nuova Europa unita.
Excursus di fantapolitica ad alta temperatura etica, Il nuovo corso (1959) è la storia di un’effimera illusione collettiva. In un Paese oppresso da un regime totalitario, un falso scoop dell’unico giornale di partito entusiasma una piccola città il mattino in cui vi si annuncia l’avvento di un "nuovo corso" all’insegna della democrazia. Scoperto ben presto l’inganno, il giornalaio Basilio, eroe di quella fugace utopia, ne diventa anche il martire, immolandosi in un rogo suicida. Con toni di satira amara e paradossale, Pomilio si cimenta in un apologo orwelliano che retrospettivamente allude alla repressione della rivolta ungherese del 1956, mentre profeticamente presagisce la "primavera di Praga" del 1968 e il sacrificio di Jan Palach.

Scacco politico, scatto di fede
«Avevamo creduto di navigare a vele rosse sul mare della storia, ed ecco ci rassegnavamo a fare del piccolo cabotaggio»: questo il desolante bilancio che Marco Berardi, protagonista del romanzo politico-psicologico La compromissione (1965), intellettuale della provincia abruzzese impegnatosi come militante della sinistra, con ambizioni frustrate dalla sconfitta del Fronte popolare nelle elezioni del 1948, stila per sé e per la generazione uscita dalla Resistenza perseguendo il discutibile ma anche generoso progetto di rifondare l’Italia repubblicana sulla base dell’ideologia marxista. Quel fallimento esaspera il processo di caduta degli ideali. Spinge comunisti e socialisti verso un pigro imborghesimento. Instaura un’ambiguità striata di redditizia collusione con il potere democristiano. Incapace nel suo velleitario indifferentismo di aderire a un sistema di autentici valori, laici o religiosi, Berardi scivola in una spirale di compromessi, errori, colpe. E non solo corrode la sua ricollocazione politica all’ombra del suocero, senatore della Dc, ma finisce per annientare la sua vita privata: bruciato ogni residuo di amore e stima coniugali, si degrada fino al punto di tradire la moglie, per una liaison insignificante, mentre è ancora ricoverata dopo un aborto terapeutico. Non resta, a Berardi, che macerarsi nei dubbi, nei rimorsi, nell’angoscia di una crisi irreversibile. D’altronde, proprio imprimendo uno stigma inequivocabilmente negativo sulla parabola esistenziale del suo personaggio, Pomilio – come ha osservato Silvio Guarnieri – «riafferma l’esigenza di una nuova meta, di una nuova risoluzione».

Una meta, una risoluzione radicalmente nuova sarebbe stata raggiunta di lì a dieci anni, nel 1975. E che meta! Niente meno che Il quinto evangelio: «Uno spartito sinfonico quale nessun’altra civiltà letteraria novecentesca aveva prodotto in Europa e fuori» (Maffeo), «un mosaico quanto mai seducente, [...] un’indiavolata mescolanza di storia e di fantasia» (Castelli), «letteratura visitata dalla teologia, come spesso nei veri, grandi capolavori» (Cavalleri). Diciassette "capitoli" sgranati in quattrocento fitte pagine. Cinque anni di lavoro, a partire da «una febbrile mattina dell’agosto 1969» in cui germogliò «l’idea del quinto vangelo, del libro dei Libri, o dell’apocrifo degli Apocrifi, che prolunga e reinvera perpetuamente il messaggio» di Cristo. L’idea, cioè, di un romanzo-saggio che raccontasse, in un arco storico coesteso all’intera vita della Chiesa, il "mito" di un Vangelo sconosciuto, ripetutamente intravisto, balenante per frammenti, sfuggente, mai raggiunto, scrigno di un arcano «supplemento di rivelazione»; metafora, in definitiva, dei quattro Vangeli canonici nel loro continuo reincarnarsi nella storia dell’umanità, grazie a quella «delega permanente della Parola» la quale fa sì che ciascuna generazione compia una lettura diversa dei sacri testi e ne operi una vivificante applicazione, con ciò scrivendo simbolicamente un "suo" inedito Vangelo. Spunto iniziale di questa polifonica partitura, abbrivio che poi si dilata a cornice in una molteplicità di echi, rimandi, rifrazioni, è l’esperienza vissuta, alla fine della Seconda guerra mondiale, da un ufficiale americano, Peter Bergin, nella canonica di una chiesa semidistrutta, a Colonia: il rinvenimento, tra le carte appartenute a un sacerdote tedesco, di tracce che presuppongono l’esistenza di un misterioso Vangelo extracanonico. Prende così l’avvio una trentennale ricerca dei suoi lacerti, sparsi per ogni epoca e lembo d’Europa. Non approderà, Bergin, alla scoperta risolutiva, ma dopo la sua morte la quête sarà perpetuata dagli allievi. Geniale "falsario", Pomilio fabbrica fonti fittizie o manipola fonti autentiche, con un’operazione di straordinaria mimesi linguistica che ricrea la patina sintattico-lessicale propria di ciascun contesto storico.

In un vertiginoso itinerario fra cristologia e antropologia, fra ortodossia ed eresie, fra filologia e immaginazione, si snodano lettere, cronache, leggende, memoriali, grumi di versetti apocrifi, sprazzi poetici. Il mimetismo insieme concettuale e stilistico risalta soprattutto quattro "episodi" di potente spessore narrativo: Il manoscritto di Vivario (un epistolare che attraversa il continente lungo una pista di sette secoli); Il Cristo di Guardia (epopea di un giovane predicatore valdese condannato dall’Inquisizione a ripercorrere le orme del Crocifisso); Vita del cavalier Du Breuil (evoluzione di un gentiluomo convertito: dalla severa ascesi di perfezione dei giansenisti all’apertura verso la speranza e la gioia della salvezza); La giustificazione del sacerdote Domenico De Lellis (nella Napoli del Settecento, l’opzione di un giovane prete a favore dei diseredati, in polemica con un clero sfarzoso e corrotto). Mentre a concludere la navigazione à la trace del "criptovangelo" è addirittura un testo teatrale, il dramma Il quinto evangelista, ambientato nella Germania del 1940, in cui si riannodano tutti i fili problematici, tutte le inquiete o appassionate interrogazioni intorno alla vera identità dell’Uomo di Nazareth, con un’efficacia anche scenica comprovata dall’allestimento di Orazio Costa per il Festival di San Miniato del 1975. In definitiva, riletto a oltre trent’anni dalla pubblicazione, Il quinto evangelio conserva inalterate le ragioni del suo fascino: il primato che, sulla via della santità, l’intelligenza e la sapienza dello scrittore assegnano alla carità; il magistero di una prosa sempre calibrata nelle sue infinite screziature; l’attualità di un afflato postconciliare inesauribilmente proteso al rinnovamento.

La serenità oltre il dolore
Il biennio 1978-79 è scandito da una coppia di libri alquanto disuguale. Risalenti alla fine degli anni ’60, i racconti compaginati nella raccolta Il cane sull’Etna rappresentano i relitti di un romanzo naufragato, cinque referti sulla crisi creativa che Pomilio affrontò dopo La compromissione e superò con il grande colpo d’ala del Quinto evangelio: singolare manifestazione di una parentesi "sperimentale", con un’estensione della tastiera ai registri dell’ironia, del grottesco e del surreale. Ben altro significato rivestono invece i quattordici Scritti cristiani, simili a luminosi satelliti in orbita intorno ai due pianeti della famiglia (le Lettere al padre, alla figlia, a una suora) e del romanzo maggiore, di cui mettono a nudo alcune fertili radici (Cristianesimo e cultura, La Bibbiae i Vangeli come letteratura, la lucida Preistoria di un romanzo, ricostruzione dei nessi fra progettualità e operatività nel complesso sviluppo dell’opera).

Quella che Pietro Gibellini ha definito «la filologia fantastica di Pomilio», la sua attitudine a trascendere la realtà storica per attingere una superiore verità artistica, torna a librarsi nel romanzo breve Il Natale del 1833 (Premio Strega 1983). Al centro della scena, sfingeo "motore immobile", si staglia Alessandro Manzoni, "prigioniero della fede" e del suo palazzo milanese. Dove un lutto lancinante, la morte dell’adorata sposa Enrichetta Blondel, lo ha trafitto proprio nel giorno della Natività di Cristo. Ma è, il suo, uno strazio intimo, come un’implosione dell’anima, che quasi non trapela all’esterno e lascia solo scarni sedimenti scritti: fugaci accenni nella corrispondenza e, soprattutto, i due abbozzi poetici del Natale del 1833, due "aborti" che nella loro desolata frammentarietà testimoniano una sorta di impotentia scribendi per eccesso di sofferenza. Fin qui l’oggettività dei documenti. La fuga in avanti della soggettività romanzesca consiste in una finissima perlustrazione degli stati d’animo del vedovo: un’acrobatica anatomia della sua sensibilità religiosa, un’indagine sul drammatico, sfaccettato modificarsi del suo rapporto con un Dio non più amorosamente vicino in Cristo, ma silenziosamente lontano, non tanto "pietoso" quanto "terribile". Con felice espediente, Pomilio scruta i minimi segnali esterni della tempesta in atto nel cuore di Alessandro attraverso lo sguardo trepido e intuitivo di Giulia Beccaria, capace di cogliere, del figlio, non soltanto i gesti, i trasalimenti, le preghiere, ma persino i progetti letterari (fittizi, beninteso: un Giobbe, una rielaborazione della Colonna infame) partoriti dall’arrovellarsi – fra contestazione, dubbio e recupero della pienezza di fede – intorno all’interrogativo destinato a tormentare l’umanità sino alla fine dei tempi: «Perché il dolore nel mondo nonostante Dio?».

Come Manzoni interruppe la stesura del Natale, così anche Pomilio lasciò interrotto un racconto crepuscolare, ideato nel 1964, avviato nel 1983 e pubblicato postumo nel 1991, con un saggio postfatorio di Giancarlo Vigorelli: Una lapide in via del Babuino. Un "torso" di appena tre capitoli, ma con il respiro e il passo di un potenziale romanzo, che avrebbe esplicitato la storia di uno scrittore malato, serenamente presago di un imminente congedo dalla vita, intenzionato a narrare le proprie vicende in parallelo con il metaforico tramonto del principe Girolamo Napoleone in un albergo romano. «Sono pagine penetrate dal silenzio, come da una voce dell’anima», ha commentato Geno Pampaloni, «e da una sorta di dolce rimorso per la felicità vissuta e perduta».

Una felicità paradossale come quella che echeggia nell’incipit della Lapide: «Adesso s’accorgeva d’essere stato felice senza saperlo. Ma questo pensiero, invece d’amareggiarlo, gli procurava una curiosa sensazione di serenità». Una felicità inconscia come quella offerta a schiere di lettori "pensanti" che da ogni nuovo libro di Pomilio venivano stimolate a riflettere con lui, maestro di laicità cristiana nel mestiere di scrittore e nel mandato di europarlamentare, sui temi più sfidanti della condizione umana. Una felicità il cui ricordo non potrà procurare serenità a chi lo ha amato finché il suo lascito letterario non verrà ripubblicato, per intero, in un’edizione critica degna della sua umile autorevolezza.

 

Una vita fra ricerca, insegnamento e scrittura

1921 14 gennaio: Mario Pomilio nasce a Orsogna (Chieti), primogenito di Tommaso, maestro elementare, fervente socialista e antifascista. La madre, Emma Di Lorenzo, impartisce ai figli Mario ed Ernesto (nel 1932 nascerà anche Tina) un’austera educazione cattolica.
1928 Dopo un biennio a Lanciano, la famiglia si trasferisce ad Avezzano (L’Aquila), ai margini del Fucino.
1939 Conseguita un’eccellente maturità classica, Mario viene ammesso alla Normale di Pisa: frequenta i corsi di Luigi Russo, Guido Calogero, Giovanni Macchia.
1942-1944 Chiamato alle armi, presidia un campo di prigionia presso Avezzano. Dopo l’Armistizio del ’43, entra in clandestinità.
1945 Tornato a Pisa, si laurea con una tesi su Pirandello narratore.
1946-1947 Docente liceale di lettere, milita prima nel Partito d’Azione, poi nel Partito socialista.
1948 La sconfitta del Fronte popolare nelle elezioni di aprile segna il suo distacco dalla politica attiva e promuove il suo ritorno al cattolicesimo.
1949 Trasferimento, per ragioni didattiche, a Napoli, dove abiterà di lì in avanti con la moglie Dora Caiola (sposata nel ’51), salvo una parentesi di ricerca universitaria a Bruxelles e a Parigi, dal ’50 al ’52, grazie a due borse di studio.
1954 Esordio nella narrativa con L’uccello nella cupola (Bompiani, Premio Marzotto).
1956 Nasce la figlia Annalisa. L’editore Massimo pubblica Il testimone.
1958 Nasce il figlio Tommaso. Doppia pubblicazione del lungo racconto Il cimitero cinese: nella Fiera letteraria e nell’antologia La nuova narrativa italiana (Guanda).
1959 Dà alle stampe, per i tipi di Bompiani, Il nuovo corso.
1960-1962 Mentre dirige la rivista Le ragioni narrative, insegna letteratura italiana all’Università di Napoli.
1965 Riscuote il plauso della critica e il favore del pubblico con il romanzo La compromissione (Vallecchi, Premio Campiello).
1966 Dal naturalismo al verismo e La formazione critico-estetica di Pirandello, editi da Liguori, completano un trittico iniziato nel 1963 con La fortuna del Verga.
1967 Pubblicando saggi e interventi polemici in Contestazioni (Rizzoli), Pomilio si pone al centro del dibattito culturale.
1975 Irrompe sulla scena, con enorme successo critico e commerciale, Il quinto evangelio (Rusconi).
1978 Nel volume Il cane sull’Etna (Rusconi) confluiscono cinque "frammenti di un dissesto".
1979 Testi d’impronta religiosa compongono la raccolta degli Scritti cristiani (Rusconi).
1983 Con il romanzo meta-manzoniano Il Natale del 1833 (Rusconi) Pomilio vince il Premio Strega.
1984-1988 Eletto deputato al Parlamento europeo (indipendente nella lista democristiana), si sposta fra Napoli e Strasburgo, nonostante una grave forma di artrite reumatoide.
1986 Le Edizioni Paoline pubblicano il dramma Il quinto evangelista.
1989 Esce l’ultimo saggio pomiliano, dedicato a Edoardo Scarfoglio (Guida).
1990 Stroncato da un tumore, Pomilio si spegne nella sua casa napoletana il 3 aprile. Viene sepolto a Paterno, frazione di Avezzano.
1991 Pubblicazione, presso Rizzoli, di Una lapide in via del Babuino.
2000 L’esigua produzione poetica viene raccolta in Emblemi (Cronopio) dal figlio Tommaso.

 

Per un bilancio critico essenziale
Vanno anzitutto citate le pregevoli introduzioni di Fulvio Scaglione alle riedizioni dei principali romanzi pomiliani negli Oscar Mondadori (1988-90) e la densa bio-bibliografia di Nicoletta Trotta in appendice alla ristampa del Quinto evangelio nei Tascabili Bompiani (2000). Si vedano inoltre, fra i contributi più recenti:

    • C. Di Biase, M. P. L’assoluto nella storia, Federico & Ardia, 1992.
    • AA. VV., M. P. e il romanzo italiano del Novecento (Atti del convegno svoltosi a Napoli nell’aprile 1991: relazioni di Prisco, Pampaloni, Chiusano, Luisi, Marabini, Pullini, Scrivano, ecc.), a cura di C. Di Biase, Guida, 1995.
    • C. Cavalleri, lemma Pomilio, in Letture 1967-1997, Ares, 1998.
    • AA. VV., M. P. intellettuale e scrittore problematico (testi di Ferroni, Toscani, Esposito, Lanza, ecc.), a cura di C. Di Biase e M.G. Giordano, Sabatia, 2001.
    • P. Maffeo, Quaderno pomiliano, Colacchi, 2005.