Marted́ 22 Maggio 2012

Alcide de Gasperi

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La personalità, il pensiero e l'azione politica

Alcide  De Gasperi fu testimone e protagonista di un lungo cammino della storia politica e sociale del nostro paese e del continente europeo. 1 suoi furono gli anni più aspri e difficili vissuti dal inondo nella prima metà del secolo scorso, quali il crollo dei grandi Imperi che avevano dominato l'Europa nei secoli precedenti, l'ingresso delle masse nella vita politica del vecchio continente, la rivoluzione sovietica, l'affermazione dei totalitarismi, guerre tragiche e sanguinose. La biografia di De Gasperi è influenzata da questi drammatici momenti che ne hanno fortemente segnato la personalità, il pensiero e l'azione politica.

Formatosi tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, nel Trentino ancora soggetto all'Austria, possiamo cogliere, fin da quegli anni alcune linee di pensiero che lo accompagnarono nella sua lunga esperienza politica.

Si misura in lui con singolare equilibrio, l'impegno politico e sociale vissuto alla luce eli una profonda fede religiosa. Siamo di fronte ad un cattolicesimo lontano dalla mentalità clericale, attento invece ad una partecipazione piena alla realtà sociale, economica e amministrativa delle valli Trentine, richiamandosi anche all'esperienza dei cattolici degli altri paesi europei. 1 suoi modelli erano il cattolicesimo sociale austriaco, la cultura sociale cattolica tedesca, il pensiero di Giuseppe Toniolo, l'attività di Murri, Meda e del movimento cattolico italiano.. Ma il movimento cattolico trentino apparve molto più libero e autonomo rispetto alla situazione italiana, condizionato dalla questione romana. La laicità della politica e l'autonomia del credente furono conquiste che De Gasperi aveva maturato pienamente nel corso delle sue battaglie sociali e politiche nei primi anni del Novecento.

Liberalismo, socialismo e pangermanesimo furono i principali obiettivi della sua polemica giovanile. Ai liberali rimproverava lo spirito anticlericale, la lotta alla Chiesa e alle istituzioni ecclesiastiche, lo spirito egoista del "capitalismo inumano, che si fece grasso della dabbenaggine di pochi idealisti e del popolo, che non sapeva". La sua polemica nei confronti dei socialisti fu altrettanto aspra. Divenne famoso un suo serrato dibattito con il giovane Mussolini, allora vicesegretario della Camera del lavoro di Trento, che aveva definito il Vaticano "covo dell'intolleranza" e la Chiesa "grande cadavere".

Si impegnò, in questi anni anche in difesa delle libertà politiche e civili e della italianità del Trentino. Ma non fu né irredentista né nazionalista. La sua italianità si espresse, prevalentemente nella difesa e nell'arricchimento civile e culturale delle popolazioni della sua regione, nella lotta serrata contro le ideologie autoritarie e pangermaniste, contro le violenze che miravano ad intaccare gli interessi economici e le autonomie amministrative delle popolazioni di nazionalità italiana. Alla fine della guerra, con l'annessione del Trentino all'Italia, De Gasperi trovò nel partito popolare italiano di Luigi Sturzo la sua nuova e naturale collocazione politica. Egli colse il carattere e il significato storico e politico che il nuovo partito (lei cattolici italiani stava assumendo nel nuovo quadro dell'Italia post-bellica. Un partito che si poneva al di fuori da implicazioni confessionali, come forza politica moderna e riformista, espressione di un rinnovato impegno democratico del laicato cattolico italiano. De Gasperi non poteva non apprezzare il forte impegno programmatico dei popolari in difesa delle autonomie locali e a favore del decentramento amministrativo. Condivideva le linee di politica estera del PPI al di fuori dai "sacri egoismi" nazionalistici, dalle politiche punitive nei confronti dei paesi sconfitti, rivendicando l'idea di una comunità internazionale basata sulla collaborazione fra i popoli e la difesa dei diritti civili e culturali delle minoranze e sul rispetto delle nazionalità. Nasce in questo contesto la sua amicizia e il suo rapporto di collaborazione con Luigi Sturzo, destinato a durare a lungo, pur nella dialettica che nasceva da giudizi a volte diversi su aspetti e problemi di quegli anni difficili. Li divideva una diversa formazione e una diversa esperienza politica.. Li univa, invece, una fede profonda e un senso pieno dell'amicizia, che andava al di là della comune militanza politica ma si nutriva di affetto e stima, che non poteva non emergere nei momenti più aspri e difficili della loro sofferta esistenza.

Non è un caso, quindi, che proprio De Gasperi, quando di fronte all'emergere del fascismo, tra il 1923 e il 1924, si consumò la fase più critica nella storia del popolarismo, raccolga l'eredità di Sturzo, assumendo la segreteria politica del partito (maggio 1924), per guidarlo nel difficile momento, caratterizzato dalle elezioni del 1924, dal delitto Matteotti e dall'Aventino. Maturò in De Gasperi una chiara e intransigente linea democratica e antifascista. Un atteggiamento che gli costò, negli anni del regime, la persecuzione e il carcere.

E' attorno al suo nome, che dopo la seconda guerra mondiale, la complessa e articolata realtà del mondo cattolico italiano trovò il suo punto di incontro. Nella costruzione della Democrazia cristiana De Gasperi volle evitare le spaccature fra i cattolici, per dar vita ad uno strumento in grado di favorire il passaggio dal fascismo alla democrazia senza traumi. Volle lare (lei suo partito una forza politica in grado (li raccogliere ampi consensi per fronteggiare e respingere l'urto degli estremismi e le tentazioni rivoluzionarie o reazionarie, al fine (li costruire un sistema democratico capace di realizzare una politica riformista ispirata al cattolicesimo sociale, 11121 attenta anche alle istanze della tradizione liberai-democratica. E' su queste basi che De Gasperi gettò le fondamenta della nuova democrazia italiana.

Nel dicembre 1945, assunse la guida del governo (lei paese, senza rompere l'intesa tra le forze politiche antifasciste. L'Italia aveva bisogno del consenso di un ampio quadro di forze politiche. Importanti questioni sul tappeto richiedevano un ampia maggioranza: occorreva procedere alla scelta tra monarchia e repubblica, tracciare le linee del nuovo Stato democratico e scrivere la nuova Costituzione, liquidare le conseguenze della guerra sul piano internazionale e indirizzare la nuova politica estera italiana.

Una volta superati questi problemi, giudicò opportuno indirizzare la vita politica italiana sul binario di una normalità democratica, impostata nel confronto tra maggioranza e opposizione. Gli italiani diedero ampio credito al suo partito, affidandogli il compito di consolidare le basi della democrazia repubblicana.

Il successo elettorale (del 18 aprile 1948 consentì a De Gasperi di superare la fase dell’emergenza ed avviare la stagione del centrismo, che doveva garantire la difesa del sistema democratico contro gli avventurismi di destra e di sinistra. Il centrismo non fu soltanto il frutto di una situazione politica bloccata. Esso fu anche il risultato di una chiara ed inequivocabile scelta compiuta da De Gasperi, allorché volle coinvolgere nella gestione del governo forze politiche che erano espressione di correnti che appartenevano alla storia e alla cultura politica del paese: dal liberalismo, al socialismo democratico e alla tradizione laico-progressista dei repubblicani.

Lo statista trentino doveva misurarsi anche con le pressioni di ambienti cattolici che tendevano ad interpretare il successo elettorale come una sorta di riconquista cristiana della società italiana, ponendo ipoteche nella gestione del successo elettorale. De Gasperi cercò di evitare e respingere questi orientamenti, riaffermando la validità della collaborazione con i partiti laici, per non isolare politicamente la Democrazia cristiana. Sapeva bene che molti dei suffragi che il suo partito aveva ottenuto non chiedevano nè una crociata nè una restaurazione neoguelfa né una rivincita sull'anticlericalismo, ma una politica moderata, ricostruttiva, gradualmente riformista, pienamente rispettosa (lei metodo democratico parlamentare.

La soluzione centrista apparve a De Gasperi la più congeniale a questo disegno che mirava a consolidare le istituzioni, a dare stabilità ai governi, a collocare l'Italia nel quadro internazionale dell'Occidente e a(1 avviare un processo di crescita e maturazione democratica del paese. La soluzione centrista rifletteva anche la filosofia politica di De Gasperi. Come ha sottolineato Guido Gonella, per De Gasperi il centrismo fu "anzitutto una forma di umanesimo, una sintesi di valori etici che si collegano alla tradizione del diritto cristiano già definito come hominis ad hominem proportio, cioè proporzione, quindi mediazione". Una filosofia politica che era congeniale alla personalità, alla cultura e al temperamento dello statista trentino.

De Gasperi seppe quindi interpretare e guidare il successo elettorale verso una soluzione politica equilibrata, senza traumi, richiedendo alle forze politiche che giudicava più omogenee al disegno della Dc, di sostenerlo nella costruzione di un sistema politico basato sul pluralismo democratico. Una scelta che non escludeva la possibilità di far maturare, anche in seno alle opposizioni, una adesione alle regole del sistema liberaldemocratico parlamentare espressione della cultura politica occidentale e ispirato ai valori del cristianesimo.

Merito di De Gasperi fu di individuare, in quel difficile momento, i valori essenziali e prioritari su cui costruire una democrazia sana: il valore della partecipazione attiva e cosciente dei cittadini alla vita dello Stato e il rispetto delle regole che determinano il gioco democratico, che doveva diventare costume, modello di vita, patrimonio radicato nella coscienza del paese, da custodire e da proteggere. Aveva detto al Congresso di Napoli del 1947: "Si chiede al governo di salvare la libertà e la democrazia: il governo lo farà, senza dubbio. Però rispondo ai trepidi borghesi che ci fanno. rimprovero, che la libertà, la democrazia non si salvano solo con le baionette o solo con l'azione di vigilanza del Governo, Ina si salvano soprattutto con il proprio coraggio; non si salvano rinserrandosi spaventati dietro le gelosie e non pensando ad. altro che a salvare i propri interessi".

In altre parole, occorreva educare il paese al metodo democratico, far capire che "la democrazia non è semplicemente uno statuto; la repubblica non è semplicemente una bandiera: è soprattutto una convinzione e un costume; costume di popolo. È necessario che ci persuadiamo che il regime democratico è Veramente un regime molto duro, che esige un addestramento e una Vigilanza continua. Una nazione, per essere degna di conservare la libertà deve essere anche compresa da un senso di responsabilità che comporta rischi. Inoltre, una nazione può essere formalmente libera nei suoi statuti ma non è vitale se oltre la libertà non coltiva la morale, la distinzione del bene e del male".

Invitava al realismo, a non lasciarsi abbagliare dai grandi miti, indagando e approfondendo quelle che egli chiamava le "certezze essenziali", vale a dire " la dignità della persona e il libero sviluppo della sua azione, lo spazio vitale della famiglia, le autonomie delle varie società intermedie che svolgono la loro azione sul libero terreno che intercorre tra l'individuo e lo Stato, le organiche e articolate libertà degli enti locali e regionali, il metodo democratico nelle consultazioni popolari e nei corpi rappresentativi e infine un rispetto per un clima di spiritualità che conservando e alimentando le leggi della coscienza morale, conservi e alimenti l'anima delle istituzioni, preservandole dalla corruzione".

Fu sempre chiara e netta in lui la linea di demarcazione oltre la quale la democrazia perde la sua impronta e la sua ispirazione basata sul rispetto e sul libero confronto delle idee. La sua fermezza in quel delicato momento nella difesa del metodo democratico ha evitato al giovane Stato repubblicano di cadere vittima dell'alternativa rivoluzione-reazione, e ha consentito di condurre indenne la giovane e fragile Repubblica italiana nel burrascoso clima della vita politica italiana del dopoguerra. Una linea politica che consentì, tra l'altro, di completare l'opera di ricostruzione del paese e dei suoi apparati produttivi, favorendo una ripresa della vita economica in grado di portare l'Italia ad uno sviluppo mai prima conosciuto, favorendo il superamento di antiche ingiustizie sociali ed una crescita generalizzata del tenore di vita degli italiani.

Sul piano internazionale De Gasperi ebbe il merito di far uscire il paese dal vicolo cieco in cui l'aveva posta la disastrosa politica del fascismo. Grazie alla sua opera lungimirante, De Gasperi riuscì a far superare all'Italia la condizione di paese sconfitto ed emarginato. Egli riuscì a collocare l'Italia nel quadro dell'alleanza occidentale, avviando la costruzione di una Europa non più divisa da nazionalismi esasperati, dallo spirito di sopraffazione che aveva condotto il vecchio continente a scontri sanguinosi e fratricidi nel giro di trent'anni.

Ma De Gasperi fu anche costruttore di pace. Il richiamo all'esigenza di trovare le strade della convivenza tra i popoli è presente in lui sin dagli anni della prima guerra mondiale, quando si adoperò con instancabile impegno per scongiurare l'intervento in guerra dell'Italia. La guerra appare una dimensione completamente estranea alla sua natura, alla sua moralità, alla sua fede. Della guerra coglie con animo esacerbato gli orrori, la morte e le distruzioni.

In un suo appunto del 6 aprile 1944. si colgono con chiarezza questi sentimenti: "Il rombo delle bombe - scriveva De Gasperi - disperde le rondini che stavano facendo il carosello mattiniero intorno alla terrazza; e in questo momento alla vigilia del massimo sacrificio di sangue che il inondo si prepara ad immolare, mi pare di vedere tutto rosso di sangue e di sentire l'odore del sangue. 1... 1 Campi di battaglia intrisi di sangue, truci luoghi dei massacri intorno a Roma. Chi raccoglie quel sangue? Il sangue versa la vita ma chi lo riceve?". La sua preghiera si rivolge, allora, a santa Caterina: "O Caterina, patrona d'Italia, in nome delle madri, delle spose, delle sorelle ricevi quelle teste insanguinate nelle mani tue e appressale al costato di Gesù onnipresente e infinitamente misericordioso, affinché il sangue suo doni nuova vita, la vita eterna".

Questi sentimenti di orrore per la guerra egli li tradusse in un costante impegno politico per la pace. In un mirabile discorso del 28 gennaio 1951, diretto ai giovani democratici cristiani, richiamandosi al concetto della "guerra giusta" che tanto aveva appassionato, in passato, i dibattiti dottrinali in campo cattolico, affermò con grande chiarezza,: "Noi oggi possiamo dire che la guerra giusta non può essere altra che la guerra di difesa contro l'aggressione. Non c'è altra guerra giusta. Ogni guerra che possa essere evitata è ingiusta". Il suo richiamo a favore della pace è ancorato soprattutto al Vangelo: "Il pensiero fondamentale evangelico è la pace. `Beati i pacifici, dice il discorso della montagna, perché saranno chiamati figli di Dio"'. Ed aggiunse "Il cuore puro possiede la pace in se con Dio. I pacifici sono coloro che vivono nella pace e diffondono la pace animati dalla spirito di Dio e perciò sono figli di Dio". Traducendo questa visione evangelica in una prospettiva di ordine politico, precisava che la pace era "spirito di solidarietà umana, volontà di cooperazione internazionale, volontà di libera discussione e comprensione fra i popoli".

Quando, cinquantadue anni fa, il 19 agosto 1954, Alcide De Gasperi moriva a Sella di Valsugana, si chiudeva una pagina tra le più significative e tormentate della storia politica del nostro paese. Scompariva l'uomo che era riuscito con una straordinaria sensibilità politica ed umana a compiere il miracolo di traghettare il nostro paese dalla dittatura alla democrazia, ricomponendo, in un organico assetto istituzionale, le aspre lotte che dalla Resistenza in poi avevano animato il confronto politico tra diverse e contrapposte spinte ideologiche e culturali.

Scompariva l'uomo che aveva restituito all'Italia una sua dignità di fronte al mondo, reinserendola nel quadro della comunità internazionale e facendone uno dei paesi più sensibili alla collaborazione e all'unificazione europea. La sua morte segnava la fine di una Italia che dalle macerie morali e materiali di una tragica guerra aveva ripreso a lavorare e a produrre, ed era tornata alla vita democratica con una tensione ed una volontà nuova. 11 paese intero si rese conto, in quell'estate del 1954, che era scomparso un grande uomo, si era spenta una guida sicura e prudente della nuova Italia democratica. Le ali ininterrotte di folla che si addensarono lungo la linea ferroviaria, durante il passaggio del treno che ne trasportava il feretro da Trento a Roma, ne solo la più lampante testimonianza.

Dobbiamo allora chiederci quali furono le virtù di questo uomo all'apparenza semplice e schivo, lontano da ogni retorica, animato da sentimenti profondi e intensi per la sua famiglia e per la sua gente. La sua semplicità la possiamo cogliere in molte testimonianze. Scriveva, nel suo Diario sotto la data del 10 giugno 1954 il giovane esponente democristiano Luciano Dal Falco, sorprendendosi per la sobrietà e la semplicità nella quale viveva De Gasperi e la sua famiglia: "Ieri, da De Gasperi, in via Bonifacio VIII, abitazione romana   del Presidente  1 ... L'appartamento è semplice, molto semplice. Somiglia un po' ad un appartamento da impiegato. I mobili sono vecchi e mal tenuti, l'ambiente modesto e senza pretese. Quando De Gasperi è comparso, ho capito, meglio che in qualsiasi altro momento la sua politica, la sua figura. L'ho apprezzato e l'ho ammirato come uomo, prima ancora che come politico." Queste note di diario hanno anche il merito di restituirci un clima, un ambiente e un costume ormai lontano dall'immagine che oggi abbiamo della vita politica nazionale. Un costume ispirato ad una straordinaria sobrietà, vissuta senza le chiassose e a volte eccitate immagini, che subiscono le deformazioni di una informazione sempre a caccia del sensazionale. Questa semplicità dell'uomo De Gasperi rifletteva la fisionomia di un uomo sorretto da una solida cultura e da una religiosità viva, che egli seppe mirabilmente coniugare con il suo impegno nella vita politica.

De Gasperi, infatti, operò, nel corso del suo lungo cammino nella vita politica nazionale e internazionale, ispirandosi ad una religiosità profondissima, che riuscì a coniugare mirabilmente con il suo impegno nella vita pubblica. La biografia politica di De Gasperi è costellata da una serie dl testimonianze che evidenziano il senso di una spiritualità profonda e matura. Il cristianesimo al quale De Gasperi fa riferimento è l'espressione di una religiosità che come ebbe a scrivere Pietro Scoppola, "non è mai un alibi, una fuga, ma sempre un elemento vitale dentro il quotidiano ed in rapporto con i dati dell'esistenza. In occasione del centenario della nascita di De Gasperi, il 2 aprile 1981 Giovanni Paolo II, affermò: "In lui la fede fu centro ispiratore, forza coesiva, criterio di valori, ragione di scelta".
Questo nostro convegno, con le relazioni che seguiranno, ha l'obiettivo di analizzare e approfondire questo importante e significativo aspetto della personalità di Alcide De Gasperi. senza la quale è difficile cogliere il senso profondo e la dimensione più vera di una personalità politica che ha lasciato una impronta indelebile nella storia italiana ed europea del Novecento.